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La riflessione

Morte Beatrice: genitori nel tempo della solitudine

Se vogliamo che la natalità torni a essere promessa e non rischio, dobbiamo ricostruire il villaggio. Perché ogni bambino non sia solo il figlio di qualcuno, ma una responsabilità condivisa

Morte Beatrice: genitori nel tempo della solitudine

Non possiamo leggere la morte di una bambina di due anni a Bordighera, Beatrice era il suo nome, come un fatto isolato. La magistratura farà il suo corso; le responsabilità, se accertate, avranno un nome e un volto. Ma c’è una domanda che non è giudiziaria: che cosa significa oggi essere genitori in Italia?

I numeri non sono un destino, ma raccontano un clima. Nel 2024 in Italia sono nati meno di 370 mila bambini; il tasso di fecondità è sceso a 1,18 figli per donna.

L’età media al primo figlio sfiora i 32 anni. Si diventa padri e madri più tardi, spesso dopo anni di precarietà lavorativa e abitativa; oltre due terzi dei giovani tra 18 e 34 anni vivono ancora con i genitori. E mentre le nascite calano, l’emigrazione torna a crescere: partire è, per molti, un modo per cercare stabilità altrove.

La genitorialità è sempre più rara; e proprio per questo dovrebbe essere più protetta. Non c’è un nesso meccanico tra denatalità e tragedia. Sarebbe semplicistico dirlo. Ma è legittimo chiedersi quale pressione ricada oggi su chi cresce un figlio, soprattutto quando la rete è fragile: servizi per l’infanzia disomogenei, consultori che faticano, vicinati sempre più intermittenti. “Per crescere un bambino ci vuole un villaggio”, recita un proverbio africano.

E se il villaggio si assottiglia, il peso si concentra. Essere genitori non è mai stato semplice. Ma oggi è un atto controcorrente. È scegliere di esporsi in un tempo che promette autonomia infinita e offre solitudini reali. È, come scriveva Rainer Maria Rilke, “amare le domande”, anche quando non si hanno risposte.

È la tensione tra il desiderio e la paura, tra la cura e l’errore possibile. “Tutte le famiglie felici si somigliano”, annotava Tolstoj; eppure ogni famiglia attraversa la propria inquietudine. Io sono padre di tre figli. Li amo immensamente. So cosa significa svegliarsi nel cuore della notte per un respiro che cambia, per una febbre che sale, per un sogno che spaventa.

So la gioia che disarma e la responsabilità che pesa. In quelle ore silenziose si capisce che la genitorialità è un patto di presenza: non una perfezione, ma una vigilanza. Hannah Arendt ricordava che ogni nascita porta con sé la “natalità”, la possibilità di un inizio nuovo. Proteggere quell’inizio è compito privato e responsabilità pubblica.

Non si tratta di cercare colpe sociali per assolvere colpe individuali. Si tratta di riconoscere che quando un bambino muore, non è solo una famiglia a crollare: è una rete che non ha retto abbastanza. Se la genitorialità è un bene raro, va sostenuta con politiche serie, servizi accessibili, tempi di lavoro compatibili, comunità che non voltino lo sguardo.

E mentre il Paese discute di numeri e di tendenze, resta un’immagine che attraversa i secoli: Maria, Giuseppe e Gesù. Non un’icona fragile, ma una testimonianza di custodia. Un padre che protegge, una madre che accoglie, un bambino affidato al mondo.

È un’immagine che parla anche ai non credenti: dice che l’amore è tutela, che la vita è affidamento reciproco. La cronaca non si risolve in morale. Ma può diventare domanda pubblica. In un’Italia che fa meno figli e li fa più tardi, la vera sfida non è solo demografica, è etica e comunitaria.

Se vogliamo che la natalità torni a essere promessa e non rischio, dobbiamo ricostruire il villaggio. Perché ogni bambino non sia solo il figlio di qualcuno, ma una responsabilità condivisa.

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