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L’ANALISI

Separare le carriere: stop a miti corporativi

L’esperienza nordamericana dovrebbe servirci a riflettere sui nostri modelli, sulle mitologie nelle quali ci balocchiamo

Separare le carriere: stop a miti corporativi

Il palazzo della Corte Suprema degli Usa

Dovrebbe spingere a qualche riflessione sul nostro asfittico dibattito referendario, la decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti, quella che venerdì della scorsa settimana letteralmente ha abraso l’aggressiva politica attuata dal Donald Trump nei confronti di paesi ‘amici’ e ‘nemici’, con abito piratesco e con lo scopo d’estorcere risorse dalle altrui economie, non attraverso libera concorrenza di mercato – valore al quale gli Usa hanno sempre dichiarato di credere – bensì mediante l’imposizione generalizzata di balzelli dal sapore imperialistico.

Beninteso, una certa politica daziaria, ogni stato la conduce da sempre e sempre continuerà a condurla. Ma è questione di misura, perché altro è usare i dazi quale leva discreta per tutelare debolezze interne o combattere economie corsare altrui, altro è servirsi di quel mezzo per violentare interi continenti ed impossessarsi – o pensare d’impossessarsi – di risorse prodotte nelle bilance di pagamenti  di concorrenti economie nazionali, grazie alla strapotenza che la prevalenza militare ed economica garantiscono agli Usa.

Anche perché simili mene banditesche, difficilmente pagano in un’economia a caratura globale.

Ma torniamo alla Corte Suprema, che per certi versi c’interessa più da presso. La decisione di quella giurisdizione è stata presa a maggioranza, sei favorevoli e tre contrari. Tra i sei, c’erano anche tre giudici conservatori, due dei quali nominati a suo tempo da Trump, nel corso del suo primo mandato.

Inoltre, i giudici che hanno votato contro, hanno diritto d’esprimere la dissenting opinion, e quindi di chiarire le ragioni della loro diversa posizione, responsabilizzandosi dinanzi alla nazione. Un istituto, quello della dissenting, del tutto estraneo alle nostre corti giudicanti, le quali mascherano sotto il velo ipocrita della motivazione collegiale, la realtà assai più vivace e feconda del diritto e delle pretese in contesa.

Il diritto all’opinione dissenziente eleva il grado di democraticità della giurisprudenza, rende più trasparente l’azione della giurisdizione, crea partecipazione alla vita del diritto e consapevolezze collettive. Ma soprattutto, dà il senso importante della vera indipendenza del giudice, che non si nasconde dietro l’anonimato della decisione collegiale, bensì esprime la propria opinione, prende posizione, s’espone quindi ed assume corroborante responsabilità.

Si fa così in modo che dietro il diritto, s’affacci la ricca dialettica delle cose umane, di tal che lo stesso diritto ne partecipi con intensità e non si mostri al pubblico con volto livido ed esangue dell’ipocrisia, bensì quale arteria vettrice degli intensi, visibili valori che scorrono  nei suoi circuiti, costantemente rigenerandoli.

Ma c’è dell’altro. Qui da noi, nel ristretto cortile dei nostri pedanti ed ottusi confronti, ancora discutiamo se debbano o meno dividersi le carriere di giudici e pubblici ministeri, evocandosi apocalittici scenari di striscianti dittature, per il caso in cui il pubblico ministero stia da una parte ed il giudice dall’altra: da non credere.

E questo perché, nell’ipotesi della separazione, perderebbe d’indipendenza e d’autonomia, si priverebbe della cosiddetta – e mai veduta – cultura della giurisdizione.

Negli Stati Uniti, ed in molti altri paesi, i giudici ed i pubblici accusatori non sono scelti per concorso – anodina performance, che si risolve in un’esibizione di conoscenze mnemoniche, stentatamente esposte in un saggio d’esame, del tutto inutili nella successiva attività professionale – bensì grazie alla responsabile scelta politica tra esponenti del mondo, non solo dello stretto diritto, i quali si siano distinti per capacità, pubblica considerazione, prese di posizione pubbliche e private, il tutto vagliato attraverso percorsi vari e d’autorevolezza proporzionata alla carica da rivestire.

I giudici della Corte suprema – conservatori e democratici, insieme – hanno bocciato le misure dell’aggressivo Presidente, perché hanno creduto che questi avesse strumentalizzato poteri posti dalla legge nelle sue mani al fine di combattere situazioni eccezionali, problemi regionali, specifici pericoli per l’economia americana ad opera di paesi spregiudicati o organizzazioni terroristiche: insomma, un potere conferito per reagire a situazioni eccezionali, rispetto alle quali gli ordinari percorsi legislativi non sarebbero in grado d’apprestare misure appropriate.

Trump, con la disinvoltura da affarista che lo caratterizza – e che, ovviamente, ha anche i suoi indubbi pregi – ha ritenuto di poter piegare la legge al proprio libito, dunque ne ha in questo caso abusato. Ed a fermarlo sono stati giudici dalla piena legittimazione politica, perché nominati dal presidente degli Stati Uniti, vagliati dal Senato di quella federazione ed esposti costantemente al giudizio pubblico, attraverso i propri voti e le prese di posizione che la loro attività, quotidianamente impone loro di assumere.

Nessuno di loro ha estrazione burocratica, nessuno di loro penserebbe mai di nascondersi dietro cavilli per cavarsela d’impaccio: e sto pensando, in questo momento, alla nostrana Associazione magistrati, che afferma risibilmente di non identificarsi con il comitato da essa costituito quale strumento per gettarsi nell’agone politico referendario.

E che su questa base dichiara di non dover dichiarare chi siano i suoi finanziatori: i finanziatori dei giudici, per intenderci, o meglio dei giudici attivi nella tenzone politica.

Ecco, l’esperienza nordamericana dovrebbe servirci a riflettere sui nostri modelli, sulle mitologie nelle quali ci balocchiamo, mitologie, o fiabe forse sarebbe meglio di dire: che son buone a sognare, e, perché no?, a spensierare fanciulli che s’affacciano alla vita e che devono esservi gradualmente introdotti, ma che, quando credute in età adulta, producono i danni che il deficit di responsabilità sempre induce, poiché le decisioni vanno prese sulle cose per come si presentano e non per i sogni ai quali gradiremmo, con varie ragioni, la realtà si adattasse.

Se solo osservassimo la qualità della nostra magistratura, i valori intorno ai quali nella sua parte più attiva s’è aggregata, agli esiti che quel plesso organizzativo produce, beh allora forse ci si risveglierebbe dall’incantesimo procurato da un’enorme retorica, utile solo ad imbellettare una realtà assai più miserevole, che si vorrebbe perpetuare per puntuali interessi di gestione del potere.

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