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l'opinione
24 Febbraio 2026 - 18:23
La triste cronaca di questi giorni a Napoli non ci consegna solo un fatto di cronaca nera, ma una ferita che scuote le fondamenta stesse del nostro senso di comunità e di giustizia. Al Monaldi, un’eccellenza della sanità campana e nazionale, il cuore di un bambino, quel piccolo muscolo che avrebbe dovuto parlare attraverso l’esame autoptico per spiegare una morte prematura e inaccettabile, non è stato conservato. Un guasto tecnico, una distrazione nei protocolli, un’omissione che ha trasformato un reperto biologico vitale in cenere probatoria. Oltre il dato meccanico e il fallimento delle procedure, si apre però un baratro che riguarda il senso profondo del dolore e l’etica della responsabilità istituzionale.
Scrivo queste righe non per mero dovere di informazione, né per aggiungere rumore al dolore composto di una famiglia già devastata, ma perché il silenzio di fronte a un’incuria simile sarebbe una forma di ulteriore, inaccettabile abbandono. Quando il patto di fiducia tra chi cura e chi è curato si spezza in modo così irreparabile, è necessario interrogarsi su cosa resti della nostra umanità tra i corridoi e i macchinari di un ospedale che dovrebbe essere un tempio della vita. Un figlio non è un numero di cartella clinica, e la sua memoria merita una custodia che vada oltre la funzione biologica, trasformandosi in rispetto, verità e dignità. Il lutto per la perdita di un figlio è un evento contro natura che rompe l’ordine del mondo e in questo cammino buio, la verità sulle cause del decesso non è un orpello burocratico o un puntiglio legale, ma un diritto umano fondamentale. Non poterne conoscere il "perché" a causa di una negligenza tecnica significa condannare i genitori a un lutto sospeso, a una domanda che non troverà mai risposta, privandoli dell'ultimo brandello di pace possibile: la chiarezza. Spesso commettiamo l’errore di pensare che la cura riguardi solo chi resta o chi sta ancora lottando in un letto di corsia, dimenticando che il rispetto per ciò che resta di chi non c’è più è l’ultima forma di dignità che uno Stato deve ai suoi cittadini. Quel cuore non era semplice materiale da laboratorio, ma il custode di una spiegazione dovuta a una madre e a un padre. La sua degradazione non è solo un danno per l’inchiesta della Procura, ma una ferita infetta nel rapporto tra Napoli e la sua sanità.
Cosa resta quando la riparazione è impossibile? Quando l’eccellenza scientifica inciampa così gravemente nella gestione dell’umano, si genera un trauma nel trauma che rischia di polverizzare la credibilità di un intero sistema. Non si tratta di cercare il colpevole da mettere alla gogna per spirito di vendetta, ma di pretendere con forza una cultura dell’attenzione che non ammetta distrazioni, specialmente quando il carico emotivo in gioco è devastante. Ignorare quanto accaduto al Monaldi significherebbe accettare che la burocrazia o la fatalità tecnica possano avere la meglio sull'amore, sulla memoria e sulla giustizia.
Napoli, città dove il cuore è da sempre il baricentro di ogni legame e di ogni speranza, non può accettare che un’eccellenza della cura si trasformi in una burocrazia del distacco e dell'indifferenza. Restituire dignità a quel piccolo cuore perduto significa pretendere che, d’ora in avanti, nessuna famiglia debba aggiungere al peso atroce della perdita l’insostenibile fardello del dubbio.
La verità non ripara la morte, non riporta indietro i passi di un bambino, ma è l'unico atto di giustizia che resta alla vita per potersi dire ancora umana.
Senza questa ricerca rigorosa della verità, la medicina perde la sua anima e diventa fredda amministrazione del corpo, lasciando i cittadini soli davanti al mistero del dolore e all'ingiustizia del silenzio.
*pedagogista
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