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IL DIBATTITO
25 Febbraio 2026 - 09:53
A meno di un mese dal voto del 22 e 23 marzo, il referendum sulla giustizia rischia di ridursi all’ennesima competizione tra schieramenti, un confronto muscolare che semplifica ciò che invece è complesso.
Eppure la riforma su cui gli italiani sono chiamati a esprimersi, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e la creazione di due Consigli Superiori distinti, incide sull’architettura costituzionale della Repubblica e sul delicato equilibrio tra poteri che regge lo Stato di diritto.
Non è un dettaglio tecnico per addetti ai lavori, ma una scelta strutturale destinata a produrre effetti nel lungo periodo. Il dibattito pubblico, tuttavia, si sta sviluppando su un piano diverso, più emotivo che argomentativo. I sostenitori del Sì parlano di modernizzazione dell’ordinamento, di maggiore chiarezza nei ruoli, di responsabilità e trasparenza.
Il fronte del No richiama invece il principio di indipendenza della magistratura, teme interferenze del potere politico e paventa un indebolimento dell’azione penale. Sono posizioni legittime, radicate in visioni differenti dell’equilibrio costituzionale, e proprio per questo meriterebbero un confronto rigoroso, fondato su dati, comparazioni internazionali e analisi sistematiche, non su slogan o appartenenze.
Preoccupa, invece, il livello di conoscenza diffusa. Molti cittadini dichiarano di non aver compreso fino in fondo la portata della riforma, pur essendo chiamati a pronunciarsi su una revisione costituzionale che non richiede quorum e che quindi produrrà effetti indipendentemente dal numero dei votanti.
In un contesto informativo frammentato e polarizzato, il rischio concreto è che la scelta venga orientata dall’umore politico del momento, dalla simpatia o dall’antipatia verso un leader, più che da una valutazione consapevole del merito.
Anche le rilevazioni demoscopiche restituiscono un quadro instabile: alcuni sondaggi attribuiscono un vantaggio al Sì, altri registrano un recupero del No; l’elettorato appare fluido, sensibile alla campagna delle ultime settimane e soprattutto all’incognita dell’affluenza, che potrebbe rivelarsi contenuta ma decisiva.
Questa oscillazione non è solo un dato statistico: è il segnale di un Paese che non ha ancora elaborato una posizione matura sul tema e che rischia di arrivare alle urne senza una bussola interpretativa. Al di là delle contrapposizioni, emerge una questione più profonda.
La giustizia italiana soffre da tempo di un deficit di fiducia che riguarda i tempi dei processi, la prevedibilità delle decisioni, la percezione di imparzialità, il rapporto tra magistratura e politica. Intervenire sulle carriere può rappresentare uno strumento di riorganizzazione, ma non può essere considerato una soluzione salvifica.
Senza un investimento culturale e organizzativo più ampio, senza risorse adeguate e senza un impegno condiviso alla responsabilità istituzionale, qualunque riforma rischia di restare parziale. Questo referendum, dunque, non dovrebbe essere interpretato come un giudizio sul governo né come un processo alla magistratura.
È una scelta sul modello di giustizia che intendiamo consegnare alle prossime generazioni, un passaggio che richiede consapevolezza civica e senso delle istituzioni. Informarsi, approfondire, valutare con equilibrio diventa un dovere prima ancora che un diritto.
In un’epoca in cui ogni tema tende a trasformarsi in tifoseria, la giustizia esige sobrietà, competenza e responsabilità. Solo così il voto potrà contribuire a ricostruire quella fiducia nello Stato che costituisce il fondamento stesso della convivenza democratica.
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