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l'opinione
26 Febbraio 2026 - 09:00
In Italia c’è un luogo che pochi conoscono davvero. Non è una scuola, non è un ospedale, non è una famiglia. Eppure, a volte, è tutte e tre le cose insieme. Sono le comunità educative e terapeutiche per minori e giovani adulti con fragilità psichiatriche: spazi sospesi tra cura e quotidianità, tra crisi e rinascita. Negli ultimi anni i dati diffusi dal Ministero della Salute e dall’Istituto Superiore di Sanità raccontano una crescita significativa del disagio psichico tra adolescenti: disturbi d’ansia, depressione, autolesionismo, disturbi del comportamento alimentare, ritiro sociale. Ma dietro le percentuali ci sono volti. Ragazzi che non dormono la notte. Ragazze che non riconoscono il proprio corpo. Giovani che parlano pochissimo o che gridano troppo. E quando la famiglia non basta più, quando la scuola non riesce a contenere, quando il territorio è impreparato, entra in gioco la comunità.
C’è ancora un pregiudizio diffuso: quello di considerare le comunità come luoghi di contenimento, di “messa in sicurezza”, quasi fossero stanze di attesa in cui il tempo si sospende. In realtà, le comunità educative e terapeutiche funzionano quando sono l’esatto contrario: laboratori intensivi di relazione. Dentro una comunità non si cura solo con la terapia individuale. Si cura apparecchiando la tavola insieme. Si cura con l’educatore che accompagna a scuola anche dopo una notte difficile. Si cura insegnando a riconoscere un’emozione prima che diventi esplosione. La salute mentale, infatti, non è solo una questione clinica. È una questione educativa. È capacità di stare nel conflitto senza distruggere. È imparare a chiedere aiuto senza vergogna. È scoprire che si può cadere senza perdersi per sempre.
Viviamo in un tempo che idolatra la performance. I giovani crescono immersi in un modello che chiede efficienza, bellezza, successo immediato. Chi si ferma è fuori. Chi crolla è debole. Le comunità educative ribaltano questa logica. Lì la fragilità non è un difetto da nascondere, ma un punto di partenza. Non si lavora per “normalizzare” in fretta, ma per costruire strumenti interiori duraturi. È un lavoro lento, artigianale, spesso invisibile. Eppure è proprio questa lentezza a fare la differenza. Un ragazzo con un disturbo psichiatrico non ha bisogno solo di una diagnosi. Ha bisogno di adulti stabili, competenti, coerenti. Ha bisogno di confini chiari e di affetto autentico. Ha bisogno di un tempo che non sia scandito solo dalle crisi, ma anche dalle conquiste quotidiane: alzarsi dal letto, sostenere un colloquio, guardare negli occhi.
Le comunità, però, non sono isole. Sono nodi di una rete che dovrebbe coinvolgere servizi territoriali, scuole, famiglie, tribunali minorili, neuropsichiatria infantile. Quando questa rete funziona, il percorso è integrato. Quando non funziona, la comunità rischia di diventare l’unico argine contro il crollo. E qui sta la questione politica e culturale: possiamo davvero permetterci di considerare questi luoghi come un costo e non come un investimento? Ogni giovane che riesce a uscire da una spirale di autolesionismo, dipendenza o isolamento non è solo una storia personale salvata. È un futuro restituito alla collettività. È un adulto che potrà lavorare, amare, contribuire.
Il costo dell’abbandono, invece, è immensamente più alto: marginalità, cronicizzazione del disturbo, carico sociale ed economico che si prolunga negli anni. Lavorare in una comunità significa restare. Restare quando il ragazzo rifiuta. Restare quando insulta. Restare quando sembra non esserci miglioramento. È una forma di fedeltà educativa che oggi appare quasi rivoluzionaria. In un’epoca che cambia velocemente interlocutori, le comunità rappresentano una promessa mantenuta: “Io ci sono, anche quando tu non riesci a esserci per te stesso”. E forse è proprio questo il cuore del loro valore terapeutico. La domanda vera non è se le comunità educative e terapeutiche siano utili.
La domanda è che idea di società vogliamo costruire. Una società che nasconde il disagio finché non esplode? O una società che accetta la fragilità come parte dell’umano e sceglie di accompagnarla? Ogni volta che un giovane varca la soglia di una comunità, non sta solo chiedendo cura. Sta chiedendo di essere riconosciuto. Sta dicendo: “Non riesco da solo”. La risposta che diamo a quel grido silenzioso dice molto più di quanto pensiamo su chi siamo. Perché una comunità non salva solo chi entra. Misura la maturità di chi resta fuori.
*Pedagogista clinico, giuridico e famigliare
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