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27 Febbraio 2026 - 10:31
Ginevra ha riaperto il sipario sul palcoscenico dei negoziati con la ripresa delle trattative Usa-Iran ed Ucraina-Russia-Usa. I colloqui volti a raggiungere un compromesso per porre termine al conflitto russo-ucraino entreranno nel vivo lunedì, quando attorno al tavolo siederà anche la delegazione russa. Ieri ad occupare la scena è stato principalmente l’Iran: da un lato Steve Wittkof e Jared Kushner, dall’altro il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, nel mezzo il ministro degli Esteri dell'Oman, Badr Albusaidi, a mediare. E proprio Albusaidi ha poi sparso ottimismo. I negoziatori iraniani avrebbero offerto quante più rassicurazioni potevano, con prospettive di affari comuni, mentre da Teheran si invitava Washington a non “decidere sulla base di informazioni errate”. Ma ricapitoliamo brevemente.
Nel suo discorso alla nazione Donald Trump ha l’altra sera ribadito segnatamente tre punti: 1) il regime fondamentalista di Teheran dovrà accettare un accordo “a tempo indeterminato” 2) che contenga l’impegno afermare completamente lo sviluppo del nucleare 3) ma anche di ridimensionare drasticamente il programma missilistico -- che già ora permette di colpire obiettivi non solo a corto ma pure a medio raggio (che include parte meridionale del Vecchio Continente, Roma inclusa) -- rinunciando al progetto di missili strategici, cioè di gittata intercontinentale, capaci di raggiungere il territorio statunitense.
Il vicepresidente J.D. Vance ha sostenuto che, dalle ultime segnalazioni delle Intelligence (presumibilmente sia americane che israeliane e arabe) il regime fondamentalista islamico starebbe ricostruendo le installazioni distrutte dal bombardamento del 22 giugno scorso. All’indomani la Cia sostenne che il regime avrebbe impiegato un decennio per ricostruirlo. Cina, che importa petrolio, e Russia, che si rifornisce di droni, potrebbero averlo aiutato. Sui media americani ed europei sono rimbalzate voci e notizie, a volte contrastanti anche perché riflettono diversi orientamenti politici. Vale la pena segnalarne alcuni.
Nella stampa filo-Dem, in testa il ‘New York Times’ e l’europeo ‘Economist’, si è sottolineato che, se Trump decidesse per l’attacco, gli farebbe comodo che ad agire per primo fosse Israele. La sua preoccupazione – come ripetiamo dallo scorso autunno – sono le elezioni di medio termine del prossimo novembre, storicamente dannose per l’inquilino della Casa Bianca, nelle quali rischia di perdere una o entrambe le Camere, divenendo un’“anatra zoppa”. L’elettorato Maga ma non solo Maga, piuttosto ignorante circa le strette relazioni tra politica interna ed estera, mal digerisce l’impegno internazionale di Trump e guarda al Medio Oriente come a un inferno - fatte salve alcune ‘isole’ - popolato da matti fanatici: che si sbranino fra loro. E poco lo convince l’ipotesi che l’Iran possa far la fine del Venezuela, facendo entrare gli Usa nel potenziamento degli impianti e nella partecipazione agli utili dell’industria del petrolio.
A rafforzare l’ipotesi di un attacco propedeutico israeliano, ci sarebbe - a compenso - l’apertura di un consolato Usa in Cisgiordania, che rafforzerebbe l’azione del governo di Nethanyahu che punta ad annetterla gradualmente, a ondate d’insediamenti e di violenza. Ma di là da queste ipotesi, va premiata l’osservazione del ‘Wall street journal’: per il presidente Usa è giunto il momento di decidere. Restare indeciso o perseverare negli errori, veri (la Groenlandia) o presunti, riporta alla memoria Barak Obama e JoeBiden, il golpe a Kiev a cavallo del 2014 che fu la miccia del conflitto in Ucraina e la perseveranza nella guerra contro la Russia e il bombardamento del North Stream (quasi preannunciato al cancelliere Olaf Scholz).
È comprensibile che Alì Khamenei abbia fatto testamento e affidato all’ala ‘moderata’ del regime - a cominciare dal presidente Masoud Pezeshkian e dal ministro degli Esteri Araghchi - il compito di rassicurare Trump, mentre altri bombardieri Usa raggiungevano le basi operative completando i preparativi per l’attacco. L’uno e gli altri si rendono conto che a Washington ritengono che, dopo circa 47 di anni di tirannia ferrea, l’Iran possa essere liberato solo da un intervento militare, ma sanno pure che Trump è dilaniato dal dubbio sul ‘dopo’: a chi affidarlo? Scartata a priori l’ipotesi di una invasione tipo Iraq, chi andrebbe a sloggiare i Pasdaran? Sono i garanti della repressione interna, i padroni dell’economia e dell’apparato burocratico statale, troppo radicati e diffusi per poterli decimare con le bombe. E i militari non offrono sponde; l’opposizione è debole e ancora divisa. Gli amici mediorientali dell’America si sono tirati indietro, temono reazioni e hanno ancora timore di parole come libertà e democrazia. Gli Usa sono rimasti soli con Israele, guidato da un Benjamin Netanyahu che in Cisgiordania spreca le prospettive della tregua raggiunta a Gaza.
Ma deludere ancora una volta la gioventù iraniana che scende in piazza, disarmata e consapevole di farsi massacrare, potrebbe segnare la terza delusione, forse la definitiva, verso l’America che tutela i propri interessi e la sicurezza dei suoi alleati europei ma che inalbera pure bandiere promotrici di democrazia e libertà. Dopo la delusione seguita all’invasione dell’Iraq, dopo la delusione delle “primavere arabe” in Medio Oriente e in Nord Africa, dopo la delusione per il ritiro ignominioso dall’Afghanistan e dopo la delusione per l’ennesimo semi-abbandono dei curdi… quale credibilità conserverebbero gli Stati Uniti? Comprensibile il dilemma di Trump. E pare che Teheran abbia fatta sua la lezione di Volodymyr Zelensky e dei leader dell’Ue, prendere tempo (fino a novembre) lavorando ai fianchi Trump. Adeguando alla situazione, alla logica della politica e alla dinamica del negoziato, la tattica di un certo Quinto Fabio Massimo il “temporeggiatore”.
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