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lo straniero
28 Febbraio 2026 - 10:07
L’ultimo grande romanzo di Alexandre Dumas si intitola “La Sanfelice”. Fu terminato alle sei del 25 febbraio 1865, il giorno del suo 63º compleanno. Un po’ in ritardo sui tempi, in un periodo in cui la moda del romanzo non era più nel suo apice: Balzac è già morto da quasi quindici anni; Hugo e lui sono ormai anziani. Lo scrittore è consapevole dell’avvicinarsi della fine e vuole lasciare un segno nella storia: “Per oltre diciotto mesi ho innalzato questo monumento alla gloria di Napoli, ma anche alla vergogna della tirannia borbonica. L’ho voluto imparziale come deve esserlo la giustizia; possa restare duraturo come una statua di bronzo”, scrive alla fine del libro.
Il romanzo si distingue da tutti i suoi precedenti per molti aspetti, il più importante dei quali è che “La San Felice” non è un vero romanzo, poiché tutto vi è vero e nulla è inventato, cioè romanzato. Tanto sul piano della Storia con la “S” maiuscola quanto su quello dell’intreccio amoroso dei protagonisti, che sono la San Felice, una duchessa italiana, e l’ufficiale francese Salvato Palmieri.
L’opera non riuscirà però ad assolvere la funzione che Dumas le aveva attribuito:
⁃ riconquistare Parigi dopo una lunga assenza, trascorsa proprio a Napoli;
⁃ servire da monumento funebre alla sua gloria.
Quest’ultimo romanzo possiede molte qualità, ma presenta due difetti che impediscono all’opera di riscuotere grande successo né di compiere il destino che l’autore gli augurava. Si tratta del “difetto tragico” su cui si fondano molti drammi shakespeariani: se non fosse preda di una fatale gelosia, Otello sarebbe stato una persona eccellente.
Tra le virtù che gli altri romanzi di Alexandre Dumas possiedono solo in minima parte vi è lo stile, qui molto più sofisticato del solito. Come un chitarrista maturo che non ricorre mai ad assoli tecnici nelle sue composizioni e che improvvisamente pubblica un album estremamente virtuoso per dimostrare che è perfettamente capace di farlo.
Tra le qualità vi è anche il grande coinvolgimento di Alexandre Dumas nel destino di Napoli:
⁃ sul piano politico, contro la reazione del potere borbonico al movimento progressista sostenuto da un’élite illuminata della società napoletana;
⁃ sul piano personale, contro l’odioso regime che torturò suo padre al ritorno da Abukir.
La storia emblematica dell’effimera Repubblica che portava la luce e della implacabile repressione borbonica costituisce il supporto storico di cui lo scrittore si serve per denunciare la malvagità dei Borbone. Avendo vissuto a Napoli per oltre quattro anni e avendo scritto quasi duemila articoli nel suo giornale, Alexandre sa tutto della città: la storia, la sociologia e la geografia. Chi conosce Napoli visualizza perfettamente dove si svolge ogni azione e immagina che tutte le scene del libro abbiano la stessa verità delle sue strade e delle sue piazze.
Quanto al “difetto tragico”, che annulla le preziose qualità appena menzionate, esso consiste soprattutto nel fatto che lo scrittore ha omesso di considerare l’eccezionalità del suo ultimo romanzo. Rimane fedele alla sua formula, finora collaudata, di far svolgere un’avventura umana su uno sfondo storico: il dramma di Edmond Dantès durante la Restaurazione, per citare solo l’esempio del “Conte di Montecristo”. È ciò che fa anche qui, sovrapponendo la storia d’amore di Salvato e Luisa al dramma storico della nascita e della morte della giovane Repubblica partenopea. Personalmente, avevo voglia di saltare le pagine che descrivono i loro amori per ritrovare il dramma della macro-storia, i cui protagonisti sono il re Ferdinando, la regina Maria Carolina, il ministro Acton, l’ammiraglio Nelson, lady Hamilton, il cardinale Ruffo, il generale Championnet, il suo amico Macdonald e i lazzaroni. Esattamente il contrario di quanto si farebbe per seguire più rapidamente l’avventura personale dei quattro moschettieri. Il secondo difetto che rese impossibile il successo del romanzo è diretta conseguenza del primo e anche dell’orgoglio di Alexandre Dumas. Come egli stesso afferma, volle costruire un “monumento di bronzo” destinato ad attraversare i secoli. Da qui la lunghezza del libro, davvero scoraggiante. Se Alexandre Dumas me lo avesse chiesto, glielo avrei detto senza esitazione. Pur non possedendo neppure un quarto della metà del talento del grande autore francese, per ciò che concerne il giudizio sono un esperto. “Perfino il tuo titolo è sbagliato”, gli avrei spiegato, “perché rimanda alla graziosa storiella dei giovani amanti invece che all’avventura della Repubblica che ami tanto”. Anzi, non rimanda a nulla, perché nessuno conosce Luisa San Felice al di fuori del suo quartiere. Senza questo difetto fatale, non solo il romanzo avrebbe avuto successo, ma i napoletani avrebbero potuto accedere alla storia della loro città attraverso l’uomo di progressoche è Alexandre Dumas. Come per Mussolini, le idee degli italiani non sono sempre chiare sul re Ferdinando! Per entrambi personaggi, ho spesso sentito dire: “Ha anche fatto delle cose buone” ed ancora si trovano ancora spesso le loro immagini nelle edicole. Ma nessuna di queste “buone cose” può né scusare nétantomeno compensare i crimini commessi.
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