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Governabilità e rappresentanza: cantiere aperto dello Stabilicum

Il ritorno al proporzionale può garantire una rappresentazione più fedele del deliberato dell’elettorato

Governabilità e rappresentanza: cantiere aperto dello Stabilicum

La proposta di riforma elettorale depositata dal centrodestra, già ribattezzata “Stabilicum”, riapre un cantiere che in Italia non è mai davvero chiuso. Dalla stagione del Mattarellum al Rosatellum, passando per il Porcellum, il Paese ha oscillato tra maggioritario e proporzionale, tra premi di governabilità e soglie di accesso, nel tentativo incompiuto di conciliare due esigenze legittime ma difficilmente sovrapponibili: stabilità dell’esecutivo e fedeltà della rappresentanza.
Questa oscillazione è stata spesso dovuta a calcoli della maggioranza in quel momento al governo di definire un sistema conveniente a farsi riconfermare, calcolo per lo più punito dagli elettori.
Il nuovo impianto proposto si colloca nel solco proporzionale, corretto da un premio di maggioranza attribuito alla lista o coalizione che superi il 40 per cento dei voti, entro un tetto massimo del 15 per cento dei seggi. È prevista inoltre la possibilità di un ballottaggio tra le prime due forze qualora entrambe superino il 35 per cento ma nessuna raggiunga la soglia del 40. La soglia di sbarramento resta al 3 per cento. Scompaiono i collegi uninominali; restano collegi plurinominali con listini bloccati; diventa obbligatoria l’indicazione preventiva del candidato alla Presidenza del Consiglio, per quanto solo sul programma depositato in prefettura, non sulla scheda elettorale.
Non si tratta, va detto con equilibrio, di una proposta irragionevole. Il ritorno al proporzionale può garantire una rappresentazione più fedele del deliberato dell’elettorato, evitando le distorsioni talvolta eccessive dei sistemi maggioritari puri. La soglia al 3 per cento non appare proibitiva: consente pluralismo senza incentivare una frammentazione incontrollata. Anche il premio di maggioranza, nei limiti indicati, non è esorbitante e non sembra alterare in modo sproporzionato il principio di rappresentatività.
Il punto, tuttavia, non è solo aritmetico. È politico-istituzionale.
Due sono le criticità che meritano riflessione. La prima riguarda l’assenza di preferenze. I listini bloccati, soprattutto in collegi ampi, rafforzano inevitabilmente il potere di selezione dei vertici di partito. È vero che le preferenze possono degenerare in pratiche clientelari; ma è altrettanto vero che la totale chiusura delle liste rischia di accentuare la verticalizzazione della rappresentanza, alimentando la percezione di un Parlamento composto da nominati più che da eletti. E questo non è certamente un tonico per il combinato disposto scarsa affluenza alle urne/grande disaffezione degli elettori.
La seconda criticità è meno immediata ma più profonda. Un sistema proporzionale con premio, strutturato attorno alla maggioranza vincente, può produrre effetti sistemici anche sull’elezione del Presidente della Repubblica. Se dalla terza votazione in poi fosse aritmeticamente sufficiente la sola maggioranza di governo, verrebbe meno l’incentivo politico alla ricerca di una condivisione più ampia. Non si tratta di una questione tecnica, bensì di un equilibrio tra poteri: la figura del Capo dello Stato, nella tradizione repubblicana, è stata spesso il risultato di convergenze che travalicavano la maggioranza contingente.
In questo quadro, il confronto con il Mattarellum resta inevitabile. Quel sistema misto di 75 per cento maggioritario in collegi uninominali e 25 per cento proporzionale, aveva il pregio di evitare sia le distorsioni clientelari delle preferenze, sia l’eccessiva dipendenza dai listini bloccati. Il collegio uninominale, in particolare, ricostruiva un legame riconoscibile tra eletto e territorio. Non era un modello perfetto; ma conteneva un principio prezioso: la responsabilità personale del candidato davanti alla propria comunità.
Oggi, tuttavia, quel modello potrebbe funzionare solo a una condizione. I collegi devono avere una dimensione compatibile con un rapporto reale tra rappresentante e constituency. La riduzione del numero dei parlamentari, approvata nel 2020, ha ampliato significativamente l’estensione dei collegi, rendendo più difficile quel legame diretto che costituiva la cifra del sistema. Se si volesse davvero tornare a un impianto maggioritario o misto sul modello del 1993, bisognerebbe avere il coraggio politico di ripristinare un numero di parlamentari coerente con la funzione rappresentativa delineata dai Costituenti.
Lo so che è un mezzo sogno ad occhi aperti ma forse la sbornia qualunquista comincia a scemare e renderlo prima o poi possibile.
In fondo, il nodo resta sempre lo stesso: la qualità della democrazia non dipende solo dalla formula elettorale, ma dall’equilibrio che essa riesce a costruire tra governabilità e pluralismo, tra efficienza decisionale e legittimazione diffusa. Il proporzionale con premio può essere una soluzione ragionevole, se calibrato con prudenza. Ma non può eludere il tema della selezione della classe dirigente e del rapporto tra eletti ed elettori. Per questo, in attesa che il sogno Mattarellum si realizzi, lo Stabilicum può rappresentare una base migliorabile nel dibattito parlamentare.

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