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Iran sotto attacco: la vendetta Usa e l’agonìa dei tiranni

Alì Khamenei aveva capito che i giochi erano fatti e aveva fatto testamento

Iran sotto attacco: la vendetta Usa e l’agonìa dei tiranni

“Arrendetevi o sarete uccisi”: così Donald Trump l’altra notte  rivolto a Pasdaran e militari iraniani. E al mònito ha fatto seguire l’esortazione al popolo perché strappi il potere dagli artigli dei tiranni: “Prendete nelle vostre mani il governo dell’Iran”.  
È la resa dei conti. Attesa in America dalla primavera di 46 anni fa segnata dall’esito miserabile di Artiglio dell’aquila, l’‘Eagle claw’ di Jimmy Carter. Auspicata dalle vittime sopravvissute di un regime islamista sciita, fanatico e sanguinario: si è cantato e ballato nelle capitali dell’Occidente in casa degli esuli mentre televisioni e internet mostravano il fumo che a Teheran si levava dalle ceneri dei palazzi simbolo dell’integralismo e del terrore. Una tirannia che dura da febbraio del 1979, quando Ruhollah Khomeini sbarcò da un aereo francese a Teheran – un mese dopo la fuga dello scià Reza Pahalavi, malato e inviso – dando il via alla macelleria di avversari veri, presunti e potenziali. Una tirannia rivelatasi tra le peggiori nella storia millenaria di un impero indo-europeo che ha scritto non poche pagine mirabili e di raffinata cultura. Una dittatura clericale che ha oppresso i sudditi suoi prigionieri, incendiato il Medio Oriente sollevando il fanatismo avverso sunnita, l’uno e l’altro spinti a seminare terrorismo per un raccolto di morte ai quattro angoli del pianeta.
La reazione rabbiosa dei sacerdoti del terrorismo islamista sciita ai primi bombardamenti americani ed israeliani, ha testimoniato che le denunce di Washington e Tel Aviv non erano propaganda: una pioggia di missili,non solo a corto ma anche a medio raggio, ha investito le basi statunitensi --  dall’Iraq al Kuwait, dal Baharain al Qatar e agli Emirati arabi uniti – e presumibilmente seguirà nei prossimi giorni, forse in un iniziale crescendo. I Sevizi occidentali ritengono che l’arsenale ne contenesse 2mila. I lanci verranno sistematicamente spenti come fiammelle dalla potenza di fuoco e dalla scelta chirurgica degli obiettivi,  via-via meno prioritari. Significativo che sia stata Pechino, massima acquirente del petrolio iraniano, l’ultima capitale a richiamare i concittadini. Il via generale alla fuga, al “si salvi chi può”. Indicativo dello stato d’animo generale verso Israele la scarsa eco delle parole di Benjamin Netanyahu (“Aiutiamo il popolo iraniano a raggiungere la libertà”), considerate nella stessa Washington  controproducenti per quanto fa in Cisgiordania. Toni da ex Unione Sovietica a Mosca: “Aggressione immotivata, che vìola il diritto internazionale. Gli Usa mostrano il loro vero volto”. Sfumano le forniture di droni.    
L’altro giorno avevamo scritto che Alì Khamenei aveva capito che i giochi erano fatti e aveva fatto testamento: impossibile che la Grande Armada facesse la fine di quella di Filippo II, improbabile cambiasse rotta. Troppo costoso riunirla e manovrarla. Troppo vasta per un’esercitazione di mero convincimento, che incutesse timore e spingesse il negoziato sui binari voluti da Washington e Tel Aviv. Il dubbio era, e resta, a chi affidare l’Iran “dopo”. Le incognite concernono la resilienza del regime e dei suoi Pasdaran; l’eventuale successione affidata ad un’“ala moderata” o almeno pragmatica dello stesso regime; o piuttosto alla possibilità di un governo “tecnico” formato da esponenti di rilievo, per prestigio e sapere, in patria e della folta comunità di esiliati e fuggitivi all’estero (opposizione variegata: si pensi a quella che si raccoglie dietro Reza Ciro Pahlavi, figlio dello scià, e i Mujahedin del popolod’origine marxista). Inutili speculazioni, profezie da chiromanti: si vedrà. Ora è il momento di vedere, ascoltare e riflettere.
Un segnale concreto forse da cogliere, che  la situazione stesse precipitando per Khamenei e soci, era stato l’altro giorno l’attacco improvviso del Pakistan al confinante Afghanistan.  Un segnale e una briciola di storia a spiegarlo: circa una settimana fa il regime afghano dei talibani aveva avvertito che si sarebbe schierato a fianco dei Pasdaran “se l’Iran fosse stato aggredito”. La risposta a Kabul giunta a giro di telefonata: dal Pakistan a suon di cannonate. Proprio Islamabad aveva fin dai primi anni Ottanta attivato Intelligence e madrase patshun a nutrire, pane e Corano versione integralista, i talibani. Fu in funzione anti-sovietica, su raccomandazione e con ‘incentivi’ americani.

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