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La riflessione

La primavera dei borghi nell’appello di un vescovo

Non si deve mettere solo e sempre l’accento su ciò che non si ha o tarda a venire

La primavera dei borghi nell’appello di un vescovo

Mons. Felice Accrocca

Subito dopo il Covid vi fu una fuga verso i borghi, le aree interne, dove il distanziamento, indicato come misura per difendersi dalla pandemia, è un’endemica condizione esistenziale dovuta essenzialmente allo spopolamento, causato da tre emigrazioni tra la fine dell’Ottocento e gli anni Cinquanta. Da allora è andato sempre più aumentando l’interesse su come rivitalizzare questi luoghi, senza soddisfacenti risultati. Verso la fine del luglio scorso, mentre il primo maxi-esodo estivo era già in fila ai caselli autostradali per raggiungere i lidi del Sud, le spiagge dorate, un amaro “referto” da ultima spiaggia gelava “aree interne e dintorni”: l’inesorabile rapporto dell’Obiettivo 4 Strategico certificava un futuro ormai compromesso per l’Italia interna. Un futuro studiato, approfondito nel corso di tanti lustri da Formez, Svimez, dai più autorevoli ricercatori, insomma da mezzo mondo accademico e politico. La diagnosi non lasciava scampo. A farsi carico di tale grave stato delle cose furono cardinali, vescovi, abati, abatini, - oltre 140 - riuniti nell’annuale Forum Pastorale di Benevento. Nel corso del quale vi fu l’allarme sull’agonia dei borghi e delle aree interne con una “lettera aperta” diretta al Governo e al Parlamento.

Oltre all’elenco di mali storici, di una loro grave stratificazione, addebitabile a molteplici responsabilità, l’appello del Forum Pastorale evidenziò la complessità delle realtà locali, il loro abbandono, le crescenti nuove solitudini urbane, la perdita nei borghi del senso di comunità per le ricorrenti emergenze, le loro storiche criticità: la struttura demografica, le basse prospettive di sviluppo economico e le deboli condizioni di attrattività. “Queste aree - si scrisse - non possono più sperare in alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate”. Le parole sempre caute della Chiesa furono invece molto dure nel delineare uno scenario disperato descritto in modo inequivocabile e tragico nell’Obiettivo 4 della Strategia Nazionale in cui si auspica per le aree interne un “accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”. In soldoni: una sorta di “agonia assistita” per questi territori.

Tutto pareva perduto, nel buio però cominciava a maturare qualcosa di forte, risalente alle radici della nostra irriducibile civiltà. Sfide o azzardi che fossero o siano come “Riabitiamo il Sud” o le unioni sperimentali tra decine e decine di paesi: dietro ogni iniziativa si comincia a cogliere unaspinta di sviluppo autopropulsivo, indicato dall’economista e filosofo indiano Amartya Sen, premio Nobel nel 1998, non disgiunto dall’insegnamento di acuta saggezza popolare: “Aiutati, che Dio ti aiuta!”. Un’azione di speranza che ha permesso di far moltiplicare le iniziative personali e stimolare il valore della responsabilità, suggerendo, per superare le difficoltà, a impegnarsi tutti in prima persona, nella convinzione che prima di invocare un aiuto esterno o divino, bisogna non restare passivi ma essere “artefici del proprio destino”. Una scintilla rinascimentale che non guasta, sentendo oggi il governatore Fico dire: “Pronti gli incentivi per le aree interne”.

Dopo meno di un anno dal Forum Pastorale, tenutosi a Benevento, sempre da Benevento arriva la recente intervista del vescovo Felice Accrocca, di consuntivo e di commiato, dopo un operoso decennio nel Sannio, per assumere la guida della Diocesi di Assisi e Foligno, in cui ha lanciato il messaggio più pacato e “rivoluzionario”. Così ha detto: “Bisogna invertire la narrazione. Non si deve mettere solo e sempre l’accento su ciò che non si ha o tarda a venire, ma bisogna ripartire da ciò che abbiamo. Cioè dalle molte frecce al nostro arco: la bellezza dei luoghi, la serenità che vi alberga, il valore delle relazioni rispetto all’anonimato soffocante della città”. A rendere tutto questo più sorprendente è stato l’appello del vescovo alla gente della cultura, del cinema, del teatro, agli attori, agli artisti della pittura, della musica perché raccontino la bellezza, l’umanità di luoghi impareggiabili. Un’esortazione che ha riacceso nella nostra memoria i versi pascoliani dell’Aquilone: “C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole/anzi d’antico: io vivo altrove e sento/che sono intorno nate le viole…”.

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