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La riflessione
02 Marzo 2026 - 08:33
Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic
Lo scontro apertosi tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e l’amministratore delegato di Anthropic, l’azienda leader nel settore dell’intelligenza artificiale guidata dall’italoamericano Dario Amodei, costituisce certamente un’occasione molto importante per riflettere sulle potenzialità insite nella più importante novità tecnologica dei nostri giorni.
Amodei non è uno qualsiasi: è tra i più geniali ideatori ideatori e realizzatori di AI, matematico fuoriclasse, persona pienamente consapevole dell’enormità che ha contribuito a creare. Non è sicuro uno che viva di pregiudizi nei confronti della sua creatura, tutt’altro: è pienamente impegnato ad incrementarla e perfezionarla, ed a battere la concorrenza delle aziende che operano come la sua nel settore.
Eppure, ha avvertito la necessità di provare a porre un freno. Pur avendo concluso un contratto da centinaia di milioni di dollari con l’amministrazione Usa, si sta provando a limitare l’impiego del suo formidabile prodotto, almeno in due destini: quello del controllo di massa delle informazioni, e quello militare.
Nell’un caso, per evitare che il potere politico si renda padrone d’una tal messe di notizie da poter accarezzare, sia pur in maniera strisciante, mire dittatoriali, formando così mentalità incompatibili con i valori della democrazia e del pluralismo.
Nell’altro, Amodei ha evidenziato che l’AI è uno strumento privo di spirito veramente critico e che quindi, se lasciati in totale sua balia, gli strumenti offensivi militari possono mettere a rischio la vita di decine di migliaia di persone, senza che ve ne sia la necessità, nemmeno quella che chiamiamo necessità strategica, vale a dire la razionale conduzione di folli guerre.
La risposta del presidente americano è stata – com’era da attendersi – quella d’un gelido mercante, il cui senso politico corrisponde esattamente al senso degli affari. Ha sostanzialmente detto che, qualora il Ceo di Anthropic non tornerà sui suoi passi, l’amministrazione americana interromperà i contratti e non intratterrà più con quella società rapporti commerciali, salvo a giungere nel frattempo ad espropriare i contenuti della tecnologia nell’interesse nazionale.
E c’è da credere che queste minacce, in un mondo caratterizzato dalla concorrenza globale, non lasceranno indifferente l’azienda, dato che nessun operatore economico, da solo, può impedire un bel nulla, ma può solo provocare la propria fine, perché immediatamente soppiantato da altri ben felici di farlo. Se questo è vero sul piano del mercato, resta tal quale il problema sul versante del futuro dell’umanità.
Il cosiddetto problema ‘morale’ non sta a significare altro che questo: se sia compatibile continuare nella sfrenata espansione di questa indomabile – e per ciò stesso tragica – tecnologia con la permanenza delle condizioni necessarie alla convivenza civile e forse con la stessa permanenza dell’essere umano sul pianeta. Questo è tema davvero fatale, perché ne va del futuro dell’umanità, ciò è chiaro.
L’AI è intelligenza, vale a dire entità attivamente e decisivamente presente in ogni condotta umana e sociale, nelle infinite forme in cui l’intelletto umano si è sin qui manifestato, ivi compresa quella che lo ha condotto a produrre il proprio algido sostituto artificiale.
Le prestazioni straordinarie dell’AI hanno già in pochissimi anni conquistato ogni settore della vita sociale ed individuale, trasformandola in ogni suo particolare, senza che nemmeno ci se ne avveda. Otteniamo quanto desideriamo in termini di prestazioni ‘intelligenti’ in pochi atti e senza alcuno sforzo ed abbiamo l’impressione di potere tutto, non rendendoci conto che riduciamo le nostre capacità d’autonomia, di coscienza, di responsabilità – quello che ha da sempre caratterizzato l’essere umano – a misura che avanzano quelle dell’AI.
La quale c’indicherà sempre più come e cosa pensare, il da farsi, ciò che va perseguito: insomma, indicherà il progetto umano, senza sia possibile escludere che da questo progetto artificiale potrebbe risultar superfluo l’essere vivente e dunque utile l’eliminarlo.
Per il momento, l’AI si sta incaricando d’eliminare gran quantità di lavoro, niente affatto sostituendole con altre, semplicemente cancellando una plurimi saperi, competenze e attitudini, che corrispondevano, sul piano esistenziale, ad umani che sapevano porli all’opera, così costruendo la propria quotidiana esistenza.
Perché non dovrebbe mai dimenticarsi che il lavoro per l’uomo, non è semplice sostentamento – ho ascoltato di recente il folle programma di sostituire il lavoro incenerito con reddito di cittadinanza conseguito tassando i produttori e gli utilizzatori di AI.
Lavoro è la realizzazione dell’homo faber, ciò che dà a lui la dignità nel creare, nel fare ed in tal modo di rendersi autonomo, forte dell’indipendenza ottenuta grazie alle proprie capacità: sentirsi assimilato ad un pesce rosso in acquario, alimentato dalla polverina lasciata graziosamente scivolare dall’alto, per le cure d’un forse incuriosito osservatore che guarda le lente volute del carassius auratus, beh non è proprio quello che fa di un’espressione vivente un essere umano.
È noto che, esplosa in Inghilterra la rivoluzione industriale, ne venne il luddismo ad iniziativa di operai che temevano di perdere il proprio lavoro. Sarò forse pessimista, ma qui potrebbe reagirsi solo con un luddismo dell’umanità, che va perdendo la propria consistenza ontologica, precipitandosi verso un ignoto futuro, del quale nessuno può prevedere cosa porterà, ma che nelle sue premesse si preannuncia su d’uno sfondo oscuro.
E non si tratta, come ha mostrato l’allarme lanciato dall’Amodei, solo di lavoro, che sarebbe già tantissimo. Si tratta di molto altro, in cui ne va della nostra libertà, della nostra sopravvivenza, della nostra possibilità di decidere da noi, con i nostri infiniti limiti, quegli stessi che purtroppo ci hanno portato all’enorme potenza militare di cui il mondo dispone – meglio, l’AI oggi dispone – gli stessi che ci hanno condotto sulle soglie del vuoto: ormai condotti per mano da un’AI che continuamente interpelliamo e che riduce progressivamente il già scarso senso critico dell’umanità, asservendola a questa gigantesca, tirannica protesi.
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