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Riforma giustizia: stop alle strumentalizzazioni

La propaganda contro la riforma muove anche altri due scriteriati attacchi

Riforma giustizia: stop alle strumentalizzazioni

“Dove eravamo rimasti?”. È la frase pronunciata da Enzo Tortora al suo ritorno in tv nel 1987, dopo un calvario giudiziario durato quattro anni. Un calvario, simbolo di malagiustizia, che, seppur concluso con la sua completa assoluzione, lo minò profondamente nel corpo tanto da portarlo alla morte alcuni mesi dopo la sentenza della Cassazione. Perché ho esordito con le parole di quest’uomo libero e coraggioso? Perché quella frase, nella sua semplicità e verità illuminanti, non solo esprime lo spirito invitto di un innocente finito in carcere sulla base di menzogne e accuse completamente false e inventate, ma deve rappresentare la pietra angolare su cui ricostruire il senso più alto di giustizia. Una giustizia che non può avere colore politico, né bandiere di partito, né tanto meno può e deve essere schiacciata da discussioni strumentali, di parte e del tutto esterne e estranee alla funzione, ai contenuti e alle problematiche di questo bene prezioso.

Ma è proprio questo che, purtroppo, sta accadendo rispetto al referendum del prossimo marzo, con la sinistra che utilizza la strumentalizzazione e il sistematico inquinamento dei pozzi per una narrazione che distorce completamente la realtà dei fatti e che, soprattutto, non entra mai nel merito della questione. Una condotta irresponsabile più di quanto in apparenza si creda. Infatti, raccontare il falso, evitare ogni analisi sui contenuti di una riforma, reca un incalcolabile danno al singolo cittadino perché - con un meccanismo di costante disinformazione - gli nasconde i contenuti della legge sulla quale è chiamato ad esprimere il suo voto nel nome di interessi politici che le sono del tutto estranei.

Bastano pochi esempi per comprenderlo, a partire dall’affermazione che la modifica della Costituzione rappresenterebbe una “minaccia all’assetto democratico”. Una dichiarazione ipocrita che nasconde la verità: la nostra Costituzione nel corso dei suoi 78 anni di vita, è già stata modificata molte volte, 45 per la precisione. E gli interventi di revisione sono stati approvati da tutte le maggioranze politiche possibili (centro, centrodestra, centrosinistra, sinistra) senza mai arrivare a sostenere però che la modifica della Carta sarebbe stata un “attentato” ai principi fondamentali della nostra Nazione, come invece mi è capitato di ascoltare negli ultimi mesi.

Stavolta, non avendo altri argomenti a sostegno delle loro tesi, i fautori del “No”, saldandosi attorno alla volontà di attacco al Governo per interessi di parte, si sono improvvisati difensori della Costituzione. Una posizione non solo strumentale e mendace, ma intrinsecamente sbagliata anche nel merito. La Costituzione italiana non è stata affatto concepita dai padri costituenti come un moloch intoccabile ma come espressione del sentire, condiviso, di un intero popolo, ispirata a valori comuni e, proprio per questo, destinata a modificarsi, tanto che al suo interno venne direttamente previsto il percorso per la sua modifica. Ma non è finita qui: la propaganda contro la riforma muove anche altri due scriteriati attacchi. Quante volte abbiamo sentito ripetere che la riforma “metterà a rischio la libertà della magistratura”, oppure che “favorirà le pressioni della politica sul sistema giudiziario”? Falsità, molto pericolose per giunta. La riforma non interviene sul primo comma dell’articolo 104 della Costituzione che, appunto, garantisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. E non crea alcun meccanismo di ingerenza della politica nell’azione della magistratura.

Anzi, questa riforma traccia il percorso per cancellare la più grande anomalia del nostro sistema giudiziario. Infatti, l’introduzione di due Csm (uno per i magistrati giudicanti, l’altro per gli inquirenti), con il sorteggio dei componenti, assolve la dichiarata finalità di porre fine all’indecente sistema correntizio gestito dall’Anm che, dall’interno, mina l’indipendenza del singolo magistrato. Sono ormai decenni che gruppi di potere, attraverso l’elezione dei propri esponenti nel Consiglio Superiore della Magistratura, gestiscono un’articolata rete di controllo capillare nell’affidamento degli incarichi direttivi, nella conduzione dei procedimenti disciplinari e negli avanzamenti di carriera, insomma in tutti i momenti che scandiscono il destino professionale dei magistrati.

Un sistema opaco nel quale lo spazio per la valutazione del merito si è ridotta sino a diventare quasi impalpabile per essere sostituita da logiche meramente spartitorie esercitate dalle correnti. Un’altra cosa. A coloro che fanno spallucce rispetto a questa inaccettabile logica gestoria della funzione giudiziaria - quasi fosse una faccenda tutta interna a quell’ordine - occorre replicare con forza che, dalla mala gestio del Csm, deriva a cascata un grave e terribile effetto sulla vita dei singoli cittadini. Perché in una magistratura in cui il merito non conta, in un meccanismo nel quale gli errori dolosi o colposi di un pm o di un giudicante vengono troppo spesso “coperti” dalla corrente di appartenenza, il rischio per chi ha ragione di attendere infinitamente perché gli venga riconosciuta da un tribunale, o il pericolo per l’innocente di essere travolto dal meccanismo giudiziario, sono davvero enormi.

E bastano i dati a dimostrarlo, smontando, pezzo per pezzo, un’altra balla della sinistra portata avanti in questa campagna referendaria. Dal 1992 ad oggi, 30mila persone hanno ottenuto un risarcimento per essere state ingiustamente detenute! Quasi un miliardo di euro è stato sborsato dai contribuenti, soldi che comunque non basteranno a ricomporre vite irrimediabilmente distrutte. Come può accadere? Il percorso è più o meno sempre lo stesso: il pubblico ministero chiede l’arresto, la richiesta arriva al giudice per le indagini preliminari che, in 8 casi su 10, si adegua spesso ripetendo meccanicamente le parole del pm. Tanto che, purtroppo invano, si è dovuta introdurre persino una legge per vietare questa sorta di “copia e incolla” sulla vita delle persone, però bypassata facendo ricorso al dizionario dei sinonimi e, oggi, all’intelligenza artificiale.

Vi domando, in onestà intellettuale, a questi risultati è del tutto estranea la circostanza che giudice e pm si sono seduti fianco a fianco nei percorsi di preparazione all’unitario concorso per diventare magistrati? Che partecipano agli stessi corsi di aggiornamento? Che fanno parte del medesimo Consiglio giudiziario? Che si ritrovano alle stesse assemblee dell’Anm e magari votano i medesimi candidati? Che prendono tutti i giorni il caffè insieme e, in qualche caso, la medesima auto di servizio li accompagna in tribunale ogni mattina? È solo retorica ricordare le parole delle Sezioni Unite, di parecchi anni fa… già allora, ammonivano sul fatto che il giudice non solo deve essere imparziale ma apparire tale?

Non solo, di fronte a questa violenta azione politica di una parte della magistratura chi si può sentire davvero protetto dallo scudo della terzietà del giudice? Ed è un’azione condivisibile, sul piano etico innanzitutto, che l’Anm abbia investito un milione di euro (sic!) per pubblicizzare e sostenere il “No”, come se fosse un partito politico in campagna elettorale? Io credo di no. Ecco perché, di fronte a questo stato di cose, ci sentiamo ancora più in dovere di affermare la verità su un tema che riguarda la vita di ognuno di noi, nessuno escluso.

Noi continueremo anche nel Nostro Posto, giorno per giorno, con questa battaglia di civiltà che la Lega sta portando avanti con il vicepremier Matteo Salvini e con il ministro Giuseppe Valditara, alla guida dell’Associazione ‘Lettera150’. E procederemo sull’unica strada possibile: votare “Sì” al referendum del 22 e 23 marzo, per l'affermazione di una giustizia più giusta, per una magistratura finalmente e davvero libera dalle correnti, a garanzia e tutela di un diritto fondamentale del cittadino.

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