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05 Marzo 2026 - 09:11
Sal Da Vinci
Ha sollevato un polverone la nota dell’opinionista Aldo Cazzullo sulle colonne del “Corriere della Sera” dove il trionfo di Sal Da Vinci al Festival di Sanremo è stato liquidato come “colonna sonora di un matrimonio della camorra”. Non una critica tecnica, non un’analisi musicale: una sentenza sprezzante, confezionata con la consueta battuta a effetto buona per strappare applausi nel salotto giusto.
La critica è sacrosanta. È il mestiere di chi scrive. Ma qui non siamo davanti a un’argomentazione: siamo davanti a uno stereotipo. E quando lo stereotipo richiama la camorra per descrivere una canzone napoletana, il confine tra opinione e pregiudizio viene superato con disinvoltura.
Il punto non è trasformare Sal Da Vinci in un intoccabile. Il punto è il rispetto per milioni di persone che hanno votato, ascoltato, scelto. Delegittimare la canzone vincitrice significa guardare dall’alto in basso un pubblico intero, come se il gusto popolare fosse un incidente folkloristico da correggere con la penna rossa dell’élite.
Se un brano non convince, lo si smonta sul piano tecnico: struttura armonica, scrittura, qualità del testo, resa vocale. Si entra nel merito. Invece no: si preferisce la caricatura. È più facile, più rumorosa, più divisiva. Ma non è giornalismo culturale, è spettacolarizzazione del giudizio.
C’è poi un tema che non può essere ignorato. Napoli e il Sud hanno pagato per decenni il prezzo di narrazioni tossiche, di cliché reiterati fino allo sfinimento. Evocarli con leggerezza, per liquidare una canzone, significa riattivare quel riflesso condizionato che associa identità culturale e criminalità. È questo il livello del dibattito?
Chi ha costruito la propria autorevolezza su grandi affreschi storici dovrebbe maneggiare le parole con maggiore responsabilità, soprattutto quando incidono su comunità intere. L’ironia può essere brillante, ma non sempre è intelligente.
E allora la domanda resta, provocatoria ma inevitabile: chi è Aldo Cazzullo per trasformare un giudizio musicale in una patente morale? Il pubblico di Sanremo ha parlato. Può non piacere, ma è democrazia culturale. E quella, piaccia o no, non si liquida con una battuta da salotto.
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