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Il duro lavoro dei rider e la sicurezza stradale

Il recente intervento della magistratura sulle condizioni di lavoro dei rider ha avuto il merito di portare all’attenzione generale una realtà che da tempo scorre sotto traccia, quasi invisibile agli occhi della collettività

Il duro lavoro dei rider e la sicurezza stradale

Il recente intervento della magistratura sulle condizioni di lavoro dei rider ha avuto il merito di portare all’attenzione generale una realtà che da tempo scorre sotto traccia, quasi invisibile agli occhi della collettività. 

In gioco, però, non è solo una questione di diritti e tutele dei lavoratori, comunque centrale, ma di un problema più ampio che investe la sicurezza pubblica, la dignità della persona e, in definitiva, il modello di sviluppo che intendiamo perseguire.

Dietro l’apparente efficienza del servizio di consegna a domicilio – rapido, puntuale ed economico – si nasconde spesso un sistema fondato su condizioni di lavoro proibitive caratterizzate da ritmi serrati, compensi modesti, assenza di reali garanzie e una competizione continua tra lavoratori, molti dei quali immigrati, costretti a sfiancarsi per pochi euro al giorno.

Il tutto sotto la regia di freddi algoritmi che detta urgenti modalità di consegna senza margini di flessibilità. Ed è proprio questa “tirannia dell’algoritmo”, impostato sul rigoroso rispetto dei tempi quale unico parametro di valutazione, a costituire uno degli aspetti più problematici.

In questo contesto, infatti, per soddisfare le richieste i rider sono costretti a correre, scapicollarsi e rischiare persino la vita, pur di non “tradire” l’algoritmo e la “tasca”. Con la conseguenza che le strade delle nostre città sono diventate teatro di una folle corsa contro il tempo in cui vengono calpestate le più elementari norme di circolazione: velocità oltre i limiti consentiti, slalom pericolosi nel traffico, sorpassi azzardati, circolazione controsenso, semafori ignorati sono tutte violazione divenute ormai all’ordine del giorno.

Non si tratta più di irresponsabilità individuali, ma di un sistema che, di fatto, incentiva questi comportamenti pericolosi in un Paese dove gli incidenti stradali provocano, ogni anno, oltre 3.000 vittime e più di 230 mila feriti, per un costo sociale di oltre 18 miliardi di euro.

Per prevenire e contrastare la sinistrosità, le istituzioni si concentrano sui controlli, sull’aspetto sanzionatorio, sull’irrigidimento delle norme, poco o nulla, invece, sull’impatto che determinati modelli organizzativi del lavoro possono avere sulla sicurezza stradale.

In pratica, si cerca di intervenire sul comportamento degli utenti della strada, ignorando però le condizioni sistemiche che spingono intere categorie di lavoratori ad esporsi quotidianamente a rischi elevati. È una lacuna che merita di essere colmata, perché la sicurezza non può essere affrontata in modo parziale o settoriale.

Certo, anche noi, come fruitori dei servizi di delivery, abbiamo una responsabilità indiretta. Il ricorso sempre più frequente alle piattaforme digitali per acquistare qualsiasi tipo di prodotto, attratti da prezzi competitivi e tempi di consegna sempre più veloci, contribuisce ad alimentare un modello che scarica i costi sull’anello più debole della catena.

E questo è inaccettabile; l’intervento della magistratura, quindi, può costituire un’importante occasione per ripensare il rapporto tra lavoro, tecnologia e sicurezza, al fine di individuare idonei correttivi atti a rendere il sistema più equo e sostenibile. Le aziende che operano nel settore delle consegne dovrebbero essere chiamate a un’assunzione di responsabilità più concreta.

Non solo sul piano contrattuale, ma anche su quello della sicurezza, prevedendo corsi obbligatori di formazione, l’uso di dispositivi di protezione adeguati e l’introduzione di sistemi premiali che incentivino il rispetto delle regole.

Gratificare chi lavora in modo corretto e responsabile dovrebbe diventare ilcriterio centrale di valutazione all’interno di un diverso modello organizzativo in cui innovazione, diritti, sicurezza ed efficienza possano convivere armoniosamente tra loro. La sfida, insomma, è quella di trovare il giusto equilibrio tra le diverse variabili in gioco in nome del progresso che, per essere davvero tale, non può prescindere dal rispetto della dignità del lavoro e dalla tutela della vita umana. 

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