Cerca

L'opinione

Schmitt e Jünger, la politica dei ribelli

Entrambi hanno espresso il disagio della modernità di fronte all’avanzare del nichilismo e alle convulsioni del potere

Schmitt e Jünger, la politica dei ribelli

Carl Schmitt ed Ernst Jünger

Nell’eletta schiera degli intellettuali rivoluzionario-conservatori tedeschi tra le due guerre, Carl Schmitt ed Ernst Jünger occupano  posizioni centrali. Entrambi hanno espresso il disagio della modernità di fronte all’avanzare del nichilismo (il primo) ed alle convulsioni del potere (il secondo).

Che l’una e l’altra posizione si integrino magnificamente per comprendere le contraddizioni drammatiche del Novecento che ci siamo portati nel nuovo secolo, è fuori di dubbio. Entrambi legati peraltro da profonda stima che, tuttavia, non è mai sfociata in un legame ideologico-politico come sarebbe stato lecito attendersi, hanno tentato un cammino “ribellistico” nei confronti della cultura e della visione del mondo che stava prendendo il sopravvento. Sia riguardo alle involuzioni della democrazia che rispetto agli esiti della crisi spirituale europea.

L’abbagliante totalitarismo materialistico, determinista e relativista li ha visti all’opposizione per quanto il loro coinvolgimento nelle vicende che segnarono la prima metà del secolo scorso li abbia fatti passare, stupidamente e superficialmente, come apologeti di ciò che tentavano di arginare: lavorando dal di dentro (Schmitt) fino a quanto gli fu possibile; immaginando una via aristocratica ed impersonale, esplicitamente individualista (Jünger) per dare un senso alla pratica eroica del superamento dei valori borghesi che minavano all’epoca l’Europa ed il suo ordine

Tra gli intellettuali rivoluzionario-conservatori Carl Schmitt (1888-1985) ha una posizione  cruciale come ideologo che più di tutti gli altri si è posto il problema del potere, delle sue trasformazioni e delle sue convulsioni. Egli ha “lavorato” quanto più gli è stato possibile all’interno delle istituzioni fornendo non soltanto gli apporti teorici alla costruzione di uno Stato nuovo tedesco negli anni Trenta, ma anche concretando un sistema di legittimità che superasse le tendenze totalitarie, cosa che non gli riuscì guadagnandogli anche la marginalizzazione da parte degli ambienti più radicali del Terzo Reich, particolare che per fortuna non sfuggì ai giudici di Norimberga che lo assolsero con un “non luogo a procedere”.

A poco più di quarant’anni dalla morte, il percorso intellettuale di Schmitt  è  stato riproposto in Italia da suoi numerosi scritti ed in particolari, ai fini della conoscenza del suo percorso dalla pubblicazione di una lunga intervista, sotto il suggestivo titolo di “Imperium” dall’editore Quodlibet, apparsa nella nostra lingua dieci anni fa, che si presenta come una vera e propria autobiografia, realizzata quando aveva ottantatré anni, nel 1971, dallo storico Dieter Groh e dal giornalista Klauss Figge per la radio tedesca, sostenuta da un poderoso apparto di note approntato dai curatori che rendono ancor più comprensibile la parabola schmittiana.

Dal lungo racconto della sua vita, risulta evidente come lo studioso non provò mai ad estraniarsi dal contesto storico nel quale il suo lavoro teorico prendeva forma nella definizione delle categorie della politica, della critica alla nuova geopolitica sofferente dopo la fine del Trattato di Westfalia, e alla conseguente decadenza del Vecchio Continente in seguito alla cancellazione dello jus publicum europaeum (il diritto interstatale che delimita l’ordinamento spaziale della res publica cristiana medioevale).

E per di più in che modo si poneva il problema della sovranità ragionando attorno alla figura del “decisore”. Temi condivisi ormai da tutta la politologia più avanzata, senza pregiudizi di sorta. Nell’intervista biografica, ricca di curiosità di straordinario interesse sulla sua formazione e sull’ambiente familiare, Schmitt espone senza reticenze i più problematici momenti della sua vita ed in particolare come divenne suo malgrado “giurista del Reich”, una posizione che gli avrebbe permesso di giudicare uomini ed eventi con grande lucidità, così come con smagliante sincerità confessò la sua critica al progresso illuministico e la sua fede cattolica supportata dalla frequentazione dei pensatori controrivoluzionari.

Vita pubblica e vita privata s’intrecciano in questa intensa “confessione” dalla quale viene fuori il senso di una lunga vita votata alla scoperta dei fondamenti reali della politica e della centralità dello Stato come “ordinatore degli ordinamenti”. Da qui la sua “inimicizia” totale verso la modernità affossatrice di ogni principio regolatore dell’esistenza umana. E l’avversione, mai nascosta, all’irrealismo utopistico distruttore delle strutture “naturali” che spesso ha dissodato il terreno su cui è germogliato il seme totalitario.

Lo stesso – e ciò li accomuna – può dirsi di Jünger (1895-1998) che a ventotto  anni dalla morte non smette di interrogarci sulle questioni poste dalla catastrofe esistenziale nella quale siamo immersi richiamati dai molti saggi a lui dedicati negli ultimi anni, oltre alla pubblicazione di numerosi inediti che giacevano sotto la polvere.

Tra gli altri, va ricordato il  denso volume apparso anni fa dal semplice titolo «Ernst Jünger», edito da Solfanelli, ideato e curato da Luigi Iannone (che ha appena pubblicato “Ernst Jünger segreto.Vita e opere di un Anarca”, edito da Historica-Giubilei Regnani, senza dubbio il miglior lavoro apparso in Italia sull’autore e del quale su queste pagine presto ci occuperemo) nel quale ben trenta autori affrontano i “nodi” dell’ultimo grande scrittore tedesco che nessuno pensò mai di candidare al Nobel (e questo, come disse Alain de Benoist, qualifica in un certo modo il Novecento).

Iannone, molto opportunamente, richiama la definizione che meglio rappresenta Junger: «Sismografo dell’era della tecnica», in quanto connessa all’interpretazione della modernità della quale respinge le fantasmagorie sprigionate da un “pensiero negativo” che ha liquidato le libertà sostanziali per omologarle ad un universalismo nel quale sono sparite le differenze e si sono dissolte le “forme”, come le chiamava Gottfried Benn, che racchiudono il decaduto concetto di “umanità”: sacralità, onore, coraggio, comunità e via elencando.

La figura dell’Anarca, estrema rappresentazione del rifiuto da parte di Jünger, è la sola abilitata “all’attraversamento del bosco”, cioè della crisi. Ma occorre una preparazione spirituale che francamente non è alle viste. Jünger l’ha invece superbamente impersonata.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Il Roma

Caratteri rimanenti: 400

Logo Federazione Italiana Liberi Editori