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L'analisi
07 Marzo 2026 - 09:50
Siamo agli sgoccioli di una campagna elettorale segnata, purtroppo, da toni volgari e intollerabili. A inquinare il dibattito non sono state le solite schermaglie politiche da campagna elettorale, ma una serie di “falsi d’autore” veicolati persino da autorevoli magistrati nel corso di popolari trasmissioni televisive.
Il caso più eclatante risale alle prime battute del confronto, quando il procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, ha citato dagli schermi della emittente nazionale La7, una presunta dichiarazione del compianto giudice Giovanni Falcone. Secondo la ricostruzione di Gratteri, il magistrato simbolo della lotta alla mafia si sarebbe dichiarato contrario alla separazione delle carriere dei giudici. Peccato, però, che sia emerso con solare chiarezza che quelle affermazioni erano non solo imprecise, ma del tutto decontestualizzate, se non artefatte alla bisogna.
Appare, pertanto, oltremodo sconcertante che un inquirente del calibro di Gratteri si sia palesato come un “Re Nudo” davanti all’opinione pubblica, prestando il fianco e nascondendosi dietro a “bufale” costruite ad arte per condizionare il voto referendario. Utilizzare il prestigio e l’eredità morale di un servitore dello Stato come Falcone (che ha pagato con la vita la sua fedeltà alle Istituzioni) per esclusivi fini di parte, rappresenta una leggerezza, oltre che un cinismo che non ci si aspetterebbe da chi amministra la giustizia.
Purtroppo non si è trattato di un episodio isolato. Nelle ultime settimane di questa tormentata campagna elettorale abbiamo assistito a nuovi e ripetuti “scivoloni” da parte di Gratteri, cui si è aggiunto anche un altro “irreprensibile” magistrato del calibro di Nino di Matteo.
Particolarmente gravi sono apparse le esternazioni dei due togati, volte ad accostare le ragioni del “Sì” al favore di massoni, mafiosi e pregiudicati. Una caduta di stile? Molto peggio: una affermazione gratuita e pretestuosa ideata e studiata a tavolino per intorpidire il clima elettorale e favorire lo schieramento avverso del “No” a cui questi attivisti in ermellino sembrano appartenere per vocazione politica.
È lecito chiedersi come sia possibile tollerare dichiarazioni così divisive e oltraggiose verso milioni di cittadini per bene? È accettabile che vertici della magistratura si trasformino in ultrà da stadio sbeffeggiando e offendendo quella parte di elettori italiani che credono legittimamente in una riforma della giustizia che mira a riequilibrare i pesi tra accusa e difesa nelle aule di giustizia italiane garantendo la terzietà del giudice nei processi?
Cittadini che giustamente e legittimamente ritengono che con il “Sì” al referendum si possa finalmente scardinare il cancro del correntismo perverso dei magistrati. E poi ancora con la separazione delle carriere, unitamente al sorteggio per i membri del Csm (Consiglio Superiore della Magistratura) costruire quella via maestra per superare la logica aberrante delle correnti che ancor oggi governa promozioni, trasferimenti di sedi giudiziarie e procedure disciplinari dei giudici.
Giova infine ricordare che l’Art.104 della Costituzione non viene assolutamente “toccato” dalla riforma, ma piuttosto rafforzato nelle sue garanzie costituzionali:la Magistratura conserva inalterata la sua indipendenza e la sua autonomia da ogni altro potere dello Stato; Il Pubblico ministero conserva, anzi rafforza la sua autonomia e la sua indipendenza nel processo; rimane inalterata l’obbligatorietà dell’azione penale.
L’ultima considerazione che vorremmo sottoporre ai nostri lettori è che l’Italia rimane oggi l’unica democrazia europea che non prevede una netta distinzione tra giudici requirenti (chi accusa nel processo) e magistrati giudicanti. Questa anomalia ci allontana dagli standard internazionali.
È tempo di decidere se si vuole un sistema giudiziario moderno ed efficace o se si intende restare ostaggi di una narrazione fondata sulle menzogne e sulla disinformazione, continuando a privilegiare coloro che conducono esclusivamente battaglie di retroguardia a tutela dei propri interessi corporativi e di bottega.
Non va trascurato anche il forte interesse delle forze politiche cosiddette progressiste nel sostenere in maniera veemente e caparbia la posizione di contrarietà assoluta al quesito del referendum sulla giustizia.
La sinistra intende esclusivamente ricondurre questa consultazione di fine maggio in un “referendum sulla permanenza” del Governo Meloni. La questione giustizia è solo un espediente ulteriore per catalizzare l’interesse degli elettori sulla possibilità della cosiddetta “spallata” al Governo di centrodestra.
Gli elettori che hanno a cuore l’approvazione di una riforma indispensabile alla credibilità del nostro Paese, che giudicano improcrastinabile e urgente risanare e riformare la giustizia, hanno finalmente l’occasione di esprimersi efficacemente con un “Sì” al referendum.
Gli elettori che si identificano in quella “maggioranza silenziosa” riconducibile alle forze politiche del centrodestra, superino ogni perplessità del momento, mettano da parte distinguo e criticità eventualmente riscontrate e facciano il proprio dovere fino in fondo e senza tentennamenti. Questo appuntamento referendario con il “Sì ” costituisca il nostro “lascito” per le nuove generazioni. Per I nostri figli. Per il legame forte e il rispetto di ognuno di noi per la nostra civiltà millenaria.
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