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L'opinione
08 Marzo 2026 - 12:57
Diversamente da quanto si può affrettatamente affermare l’8 marzo resta ancora una data significativa. Mentre, infatti, si diffondono le pubblicità sul suo aspetto commerciale e popolare di fiori, cioccolatini e proposte di convivialità, non perde mai il suo significato originario e profondo di indispensabile occasione annuale per un bilancio collettivo sulle questioni di disparità reale rispetto a quelle legislativamente riconosciute.
In Italia l’occupazione femminile resta tra le più basse d’Europa, poco più del 52%, quasi venti punti sotto quella maschile. I salari medi delle donne sono inferiori, e moltissime si rifugiano in lavori precari o part-time per la difficile conciliazione di lavoro e famiglia, soprattutto al Sud.
Persiste, poi, la violenza di genere. Maltrattamenti, stalking, violenze sessuali diffuse in relazioni affettive o familiari; le aggressioni si consumano nel silenzio così come avviene anche sui posti di lavoro. E i femminicidi continuano a segnare, troppo spesso, la cronaca evidenziando che il diritto alla sicurezza e alla vita resta fragile per molte donne. Recentemente, poi, il dibattito sulla riforma del reato di violenza sessuale ha riacceso una vivace discussione pubblica.
A fine 2025 sembrava consolidato un accordo bipartisan per inserire nel codice penale il principio del consenso come elemento centrale del reato. Poi, al Senato, la proposta di sostituirlo con il concetto di “dissenso” ha trasformato il confronto in mobilitazione civile, riportando il tema diffusamente nei media e nella coscienza collettiva. E le piazze hanno parlato chiaro. Negli ultimi mesi associazioni, collettivi, centri antiviolenza, studenti e cittadini sono tornati a manifestare, dimostrando che la questione della parità non resta confinata alle istituzioni.
Nella discussione intorno al consenso molte donne hanno riconosciuto un forte simbolismo: il modo in cui la società riconosce libertà, autodeterminazione e dignità femminile. Così, la giornata internazionale delle donne riemerge nel suo duplice aspetto. O resta Festa della donna vissuta popolarmente con “riti” non da tutte accettati perché troppo banalizzata.
O intesa come l’irrinunciabile data istituzionale del consuntivo sulle conquiste con riflessioni sul, non scontato, cammino verso la parità col riapparire di resistenze e rallentamenti che sollecitano la società civile e il mondo associativo a farsi sentire. La ricorrenza si riafferma, allora, come data importante per impegno concreto e condiviso.
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