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LA RIFLESSIONE

Democrazia a rischio e festa della Repubblica  

Gli auguri per i 90 anni hanno giocato un brutto scherzo a Occhetto, non facendogli valutare il vero stato delle cose

Democrazia a rischio e festa della Repubblica  

Achille Occhetto ed Elly Schlein

La sinistra da quando è all’opposizione, in seguito al nettissimo consenso elettorale che nelle consultazioni politiche del 2022 portò Giorgia Meloni al Palazzo Chigi, si sta dannando l’anima su come complicarle il cammino. Quelle elezioni, va ricordato, furono anticipate per la caduta del governo Draghi di unità nazionale, voluto dal Colle per l’inadeguatezza dell’esecutivo Conte II, e da questi “silurato”.

Conte difatti gli tolse la fiducia, pur sapendo molto bene che Draghi aveva da subito risolto tante grane da lui lasciate. Una su tutte: l’incompletezza del Pnrr. Rispedito a Roma da Bruxelles e completato da Draghi, sventando una dannosa penalizzazione. I vecchi e nuovi esponenti della sinistra invece di riflettere su tutto questo, non fanno che spargere in giro allarmi, timori di pericoli imminenti per la democrazia, allo scopo di seminare paura e inventarsi false criticità.

Questa opposizione non ascolta ragioni, sa soltanto condannare, senza mai fare un’autocritica. Ora a finire nella spirale di una bieca permanente strumentalizzazione politica è addirittura Achille Occhetto, l’ultimo segretario del Pci che nel 1989 ne cambiò il nome. Stavolta per alcune sue incaute considerazioni, fatte in un’intervista su “la Repubblica”, in cui descrive un quadro fosco del Paese, tutt’altro da quello reale

“Io sono nato durante il fascismo - racconta all’intervistatore con tono sconfortato - e dove mi trovo oggi dopo novant’anni? In un periodo che, per certi versi,è peggio. Sì, perché nella storia bisogna vedere il punto di partenza. E noi veniamo da 80 anni di pace e libertà, e di giovani che girano l’Europa senza passaporto e ora siamo dentro un tempo nel quale la democrazia è di nuovo pesantemente a rischio”.

La democrazia a rischio? Ci si rende conto della gravità di queste parole? Gli auguri per i 90 anni hanno giocato un brutto scherzo a Occhetto, non facendogli valutare il vero stato delle cose. Mentre rilasciava queste dichiarazioni, le massime istituzioni nazionali, dal Colle al Parlamento, stavano e stanno varando il programma per festeggiare gli 80 anni della Repubblica Italiana, nata il 2 giugno del 1946 da un referendum istituzionale, in cui fu eletta anche l’assemblea costituente.

Se può servire e rassicurare Occhetto sul rischio da lui paventato, mercoledì e giovedì scorsi si è tenuta all’Archivio Storico della Presidenza della Repubblica una due giorni sul tema “Le memorie della Repubblica e la Repubblica nelle memorie” e nessuno, nemmeno come paradosso, in quel summit specifico ha fatto un accenno a scenari del genere.

Solo a immaginarli deliranti e comunque irrispettosi per le istituzioni. Indirettamente giudicate e colpevolizzate nel non essere all’altezza del compiti loro assegnati. A completare lo sconcerto è la risposta di Occhetto alla domanda se la sua sconfitta nel 1994 contro Berlusconi sia stata la fine della sua carriera politica. Una “fine” politica che brucia ancora perché Occhetto tiene a storicizzarla in un altro e più accettabile contesto quando dice: «È stata la fine della Repubblica dei partiti e l’inizio della Repubblica dei populisti. Una ferita per tutto il Paese».

La vera frattura, mai risanata, nel Paese - vedi la bagarre per il referendum sulla riforma della giustizia - riguarda la sinistra, uscita relativamente illesa dalla bufera giudiziaria e candidata indisturbata nel poter cogliere i frutti dell’opera dei magistrati, con i quali aveva costruito un ottimo rapporto. In questa intervista Occhetto è riuscito a riannodare solo i fili di una biografia di indubbio interesse purtroppo con molte amnesie sui governi Dini e Ciampi.

Quando il suo Pds, alle elezioni del 1992 con il 16,1% e in quelle del 1994 con il 20,1% finì per diventare la forza politica determinante nel sostegno di due governi. In cui, nonostante fosse un partito sconfitto alle elezioni fu consentito, nel corso di due legislature di rovesciare un voto popolare e raccogliere tanta parte del potere.

Un interrogativo che fece emergere le anomalie dei nostri meccanismi politici e un’interruzione delle garanzie a salvaguardia della volontà popolare. Passaggi storici che dovrebbero far riflettere quella sinistra abilissima nel praticare lo sport della morale.

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