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L’INTERVENTO

Da Guadalajara al fronte dell’Est: la guerra nuova dei “narcos”

Nella sola America Latina si dà per scontata la presenza di oltre due milioni di paramilitari in attività

Da Guadalajara al fronte dell’Est: la guerra nuova dei “narcos”

Immaginate una città messicana trasformata in campo di battaglia: barricate di auto in fiamme, droni che lanciano cariche esplosive, elicotteri che sfrecciano bassi. È quanto accaduto a Guadalajara il 21 febbraio scorso, quando un'operazione delle forze speciali messicane - sicuramente supportata da intelligence americana e probabilmente anche da “consiglieri” sul campo- ha eliminato Nemesio Oseguera Cervantes, noto come "El Mencho", capo del Cartello Jalisco Nueva Generación, o CJNG, il gruppo criminale più potente del Messico. 

La Presidente messicana Claudia Sheinbaum ha subito rivendicato il successo in un discorso televisivo, sottolineando come il Messico stia combattendo i cartelli che inondano gli Stati Uniti di fentanyl e cocaina per miliardi di dollari all'anno. Così facendo ha inteso tranquillizzare, davanti all’opinione pubblica internazionale, il Presidente Donald Trump che aveva minacciato interventi diretti degli Usa contro i narcos, accusando il Messico di essere "controllato dai cartelli".

Le immagini giunte da Guadalajara richiamano alla mente le classiche scene di guerriglia in contesto urbano:strade bloccate da camion incendiati, sparatorie, civili terrorizzati. I cartelli della droga messicani, infatti, oramai dalunghi anni non sono più bande di trafficanti più o meno ben organizzate: il CJNG, asceso al potere criminale dopo la cattura di Ismael "El Mayo" Zambada e di Joaquín "El Chapo" Guzmán del rivale Cartello di Sinaloa, combatte come un vero e proprioesercito moderno e spesso addirittura meglio.

I narcos messicani utilizzano oggi droni armati attrezzati con visori a infrarossi per colpire di notte gli obiettivi, dispositivi “jammer”per bloccare i droni nemici e tattiche di guerriglia che spesso mettono in difficoltà persino le unità di élite dell’esercito messicano.

Questi "narcos 2.0" sono oramai riusciti a trasformare il traffico di droga in una vera e propria guerra contro i cartelli rivali e contro l’autorità statale (quando non è collusa) o quella federale.

Ma da dove arrivano oggi queste competenze sofisticate? Il filo conduttore principale porta spesso dritto al fronte della guerra russo - ucraina. Nella Legione Internazionale di Kiev - un corpo di volontari stranieri creato per combattere gli invasori russi - i volontari di lingua spagnola e portoghese provenienti dal continente americano sono oggi tra i più numerosi, dopo i georgiani e i polacchi: migliaia di colombiani, venezuelani, brasiliani e messicani.

Moltissimi sono veri idealisti, ma non mancano, sotto mentite spoglie, gli uomini infiltrati dai cartelli della droga. Sono lì per rubare know-how e competenze operative sui droni Fpv, i piccoli velivoli telecomandati che devastano le trincee da entrambe le parti del fronte. Un anno fa, i servizi di controspionaggio ucraini hanno avviato, proprio per questo motivo, una stretta collaborazione con le strutture di “intelligence” del governo messicano, al fine di stanare questi infiltrati.

Hanno scoperto, così, anche colombiani attivi sul fronte del Donetsk e a Kharkiv, molti con legami stretti con i cartelli messicani e un cittadino messicano che si era finto volontario con documenti salvadoregni falsi, per addestrarsi sull’uso dei droni a Leopoli. Le indagini hanno poi portato alla individuazione di ex membri delle FARC, le cosiddette Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, un tempo guerriglieri marxisti e oggi in parte transitati, dopo l'accordo di pace del 2016, verso il traffico internazionale di droga e infiltratisi in Ucraina con passaporti panamensi o venezuelani.

Poco sappiamo, invece, di ciò che accade dall’altra parte del fronte, lungo e dietro le linee russe, ma non è difficile supporre che anche in quel settore le infiltrazioni criminali legate all’acquisizione di competenze militari, tecnologiche e operative derivanti dall’esperienza diretta del campo di battaglia facciano gola ad un certo tipo di delinquenza organizzata, abituata a confronti sanguinosi con i cartelli rivali o con i governi delle nazioni in cui prospera la loro rete criminale.

Nella sola America Latina si dà per scontata, oggi, la presenza di oltre due milioni di paramilitari in attività: ex soldati, guerriglieri o mercenari assoldati da narcotrafficanti e potenti cartelli impegnati nel controllo delle vie della droga. E decine di migliaia di altri “latinos” acquisiscono, completano o affinano esperienze e competenze militari sui campi di battaglia di questo nostro mondo costantemente afflitto da decine e decine di conflitti e di guerre convenzionali, asimmetriche e ibride, pronti a tornare nei “cartelli” di provenienza con un bagaglio tecnico sempre più solido, aggiornato e strutturato.

Oggi i “soldados”, le truppe d’assalto delle reti criminali, hanno sempre meno le sembianze delle bande di fedelissimi che abbiamo visto in passato al soldo dei vecchi signori della droga e sempre più quelle anonime, ma molto più letali, di “contractors” del terrore abituati a maneggiare i nuovi tablet, le consolle portatili e le strumentazioni “high tech” che sono il corredo indispensabile dei nuovi strumenti di morte, molto, ma molto meglio del vecchio Kalashnikov che ha segnato a lungo un’epoca oramai al tramonto.

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