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L’ANALISI
09 Marzo 2026 - 08:06
Con l’avvicinarsi della data del referendum, nell’area del “no” alla riforma va facendosi chiarezza, anzi ormai chiarezza completa, circa le effettive ragioni dell’opposizione alla riforma approvata dal Parlamento e sottoposta al giudizio dei cittadini. O almeno di quelli che intenderanno partecipare alla consultazione popolare, si confida adeguatamente informati.
Le ragioni dell’opposizione non riguardano affatto, com’è ormai chiaro, la separazione delle carriere dei pubblici ministeri da quelle dei magistrati. Una novità, se la riforma costituzionale sarà confermata, comunque importantissima, perché sottrarrà i magistrati giudicanti all’influenza dei pubblici ministeri, da sempre i più attivi nel corpo giudiziario, che non potranno più valutare l’operato dei giudici in occasione dei delicati assaggi di carriera e del conferimento dei posti più ambiti.
Ma, a parte l’importanza indiscussa di questo aspetto della riforma, che non va trascurato, è ormai chiaro che quanto più turba l’Associazione nazionale dei magistrati – ed in particolare coloro che ne dettano la linea – è il cosiddetto sorteggio. Sino ad oggi, grazie al fatto che il Consiglio superiore della magistratura si sostanzia, per la componente dei togati, unicamente – salve rarissime eccezioni, ovviamente poco significative sull’operato dell’organo – di magistrati selezionati dalle correnti dell’Anm, è quest’ultima che decide le sorti della magistratura, e dunque condiziona la vita dei singoli magistrati, in ogni aspetto della carriera.
Cosicché, il Csm, che dovrebbe essere l’organo di così detto autogoverno della magistratura al fine di preservarla da condizionamenti che possano ledere la genuinità dei giudizi, finisce con l’essere la protesi istituzionale dell’associazione corporativa dei giudici, la quale, al riparo dell’istituzione presieduta niente di meno che dal Presidente della Repubblica, può attuare tutte le proprie strategie corporative e politiche grazie a ritualismi che nascondono una realtà di scambi, decisi all’esterno della sede istituzionale.
Il cosiddetto scandalo Palamara non ha fatto altro che ufficializzare notissime pratiche compromissorie, che avvenivano da decenni e che continueranno ad avvenire sempre, sino a quando un sindacato corporativo avrà nel suo dominio l’istituzione pubblica che governa chi ha il potere di stabilire come le cose stiano per il diritto: se sei innocente o colpevole, se hai ragione o torto.
Per tentare di por riparo al danno che ne avrebbe il potentato che ruota intorno all’Anm, i suoi più catafratti rappresentanti hanno ora elaborato un nuovo argomento. Il sorteggio che la riforma costituzionale ha introdotto per scegliere i componenti del Consiglio superiore della magistratura violerebbe addirittura il principio della rappresentanza democratica.
E dunque, i giudici selezionati per sorteggio e secondo regole che saranno ragionevolmente definite in sede di attuazione della riforma, si trasformerebbero in deboli fuscelli nelle mani della politica, perché non fortificati dal fatto di rappresentare il corpo giudiziario nel suo complesso. L’argomento ha del sorprendente.
Ma sino ad un certo punto, perché la magistratura italiana da decenni ha subito una torsione politicante che, ovviamente, porta i suoi esponenti più impegnati a confondere categorie della politica con criteri professionali. Nel nostro Paese si diventa magistrati per concorso pubblico, un concorso che dovrebbe selezionare gli aspiranti in base ad un unico discrimine: la competenza tecnica.
Una volta ammessi alla corporazione giudiziaria, i nostri magistrati procedono per ‘valutazioni di professionalità’, sette in tutto, in nessuna delle quali figura il criterio della rappresentanza di categoria tra quelli che una voluminosa circolare elenca meticolosamente per stabilire in base a quali virtù si viene scelti per ascendere nei gradi della carriera. Che poi siano davvero quelle virtù a consentire l’ascensione, ognuno potrà giudicare secondo quanto la storia e le cronache ci trasmettono.
Ma le regole sono queste: i giudici procedono e conquistano ruoli sulla base di attitudini e competenze tecniche, mai politiche o per meriti di rappresentanza. Dunque, purché il sorteggio avvenga tra magistrati che non abbiano demeritato, ed abbiano raggiunto una certa esperienza che li renda avveduti sui vari aspetti della loro professione, non si comprende perché mai dovrebbero lasciarsi irretire dalle spire della politica quando fossero sorteggiati e non eletti al Consiglio superiore della magistratura.
Piuttosto, è a dire che le quando si pensa alle riforme, non si lavora su idee astratte e campate per aria. Si parte dall’esperienza vissuta e consumata, dai pregi e dai difetti che il sistema da riformare ha manifestato concretamente, in ragione delle regole che lo hanno governato, e s’ipotizzano quindi soluzioni che siano in grado di contrastare quei difetti e di porre su nuove basi il sistema.
Ora, i numerosissimi casi che si sono registrati sino ad oggi di deviazioni nell’operato del Csm, hanno nella loro grandissima parte riguardato fenomeni d’indebita influenza nella distribuzione delle cariche che contano all’interno dell’ordine giudiziario delle correnti dell’Anm. Vale a dire, che il criterio in base al quale sono stati scelti titolari di Procure della Repubblica e Procure generali, delle Presidenze di Tribunale e Corti di appello, e finanche della prima presidenza della Corte di Cassazione è stato quello dell’appartenenza alla tale o talaltra corrente, con pratiche ripartitorie attentissime.
E questo sarebbe ancora poco. Perché il grave è che, magistrati in tal guisa scelti – e così carichi d’ambizione da piegarsi a simili mortificanti corvées pur di raggiungere l’ambita meta – d’indipendenza ovviamente ne hanno assai poca o, almeno, presumibilmente ne hanno poca, altrimenti non si sarebbero piegati.
L’uomo è uno, non è che al mattino ha il capo chino e la sera lo raddrizza, o viceversa, fate voi. Dunque, questa nuova favola che il magistrato non eletto al Csm non è forte ed indipendente dalla politica, fa sorridere, se si pensa che quello oggi eletto dalla corporazione è spesso e volentieri mero nunzio di volontà corporative, vale a dire della parte più organizzata e condizionante della magistratura. Quella che poi, guarda caso, non di rado si trova, finalmente realizzata, trasformata in autentici politici.
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