Tutte le novità
L'opinione
11 Marzo 2026 - 08:52
9 Marzo 2026. Dopo la festa, la riflessione. Giornata di #Sciopero del settore dei servizi e della sanità, indetto per portare all’attenzione della politica le rivendicazioni sul divario retributivo tra uomini e donne. Iniziativa interessante. Ma attenzione a non alimentare confusione.
La differenza tra le retribuzioni percepite da lavoratori uomini e quelle riferibili a lavoratrici donne è un tema, perché essa ha un peso sulle dinamiche sociali e il suo superamento è un obiettivo di civiltà che l’Italia si è assegnata da tempo. Però affinché le “rivendicazioni” siano mirate e i rimedi adeguati, è necessario capire che il fenomeno di cui ci occupiamo non è la violazione del diritto alla pari retribuzione a parità di lavoro ma il diritto a lavorare di più e a non essere discriminate.
Dietro una sintetica definizione si cela un mondo divuoti che non sono puramente legislativi. Quando parliamo di “divario retributivo di genere” dobbiamo sapere che ci riferiamo a un valore lordo totale che somma le buste paga di entrambi i generi, estratte per livelli omogenei e per impieghi sia nel pubblico che nel privato.
Il conto che non torna è il numero di ore lavorate, di molto inferiore quello delle donne, fattore da cui naturalmente discende una retribuzione femminile complessivamente più bassa. Le donne lavorano meno, fanno meno straordinari e sono in maggioranza impegnate in settori in cui le retribuzioni sono più basse. Quindi a parità di ore lavorate e di livello di inquadramento, la retribuzione è pari.
La parità retributiva è prevista in Costituzione all’articolo 37. La prima compiuta legge attuativa risale al 1977. In Ue dall’art. 119 del Trattato di Roma, già nel 1957, alla ultima Direttiva 2023/970, la parità retributiva tra donne e uomini è stata iscritta tra i suoi principi fondamentali.
La inosservanza è punita con sanzioni severe. Il punto non è il riconoscimento del diritto ma la sua pratica attuazione, che trova limiti nella inefficace risposta alla contestuale (art. 37 Costituzione) previsione secondo cui “Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.”.
In altre parole il pur utile contributo offerto dal recente intervento legislativo, attuativo dell’ultima direttiva 2023/907, che si occupa di trasparenza, di diritto all’informazione dei lavoratori e di obbligo di segretezzasulle condizioni contrattuali, è uno strumento per prevenire e/o sanzionare le violazioni delle norme vigenti sulla parità di retribuzione ma non aiuta nella direzione di una più paritaria partecipazione delle donne al mondo del lavoro.
Passi avanti sono stati fatti, ma siamo ancora molto lontani dal comprendere che il costituente che obbligava a riconoscere alla donna “condizioni di lavoro” tali da consentirle “l'adempimento della sua essenziale funzione familiare” nonché ad “assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.” era assolutamente moderno per i suoi tempi, ma può essere, di fronte a un legislatore culturalmente non maturo, addirittura fuorviante per i nostri tempi.
Indiscutibili le norme sulla protezione della maternità e del bambino, ma ad esse devono accompagnarsi, in una visione moderna di società, le norme sulla “genitorialita” e sulla condivisione familiare dei tempi di vita e di lavoro. Se non si avrà il coraggio di scrivere con chiarezza che la “essenziale funzione familiare” in un periodo di grave declino demografico compete in pari misura a tutti i componenti il nucleo familiare difficilmente si abbandonerà il pregiudizio nei confronti della donna.
Nel settore privato il timore di rimanere temporaneamente senza una risorsa esiste ed è reale. Quindi anche la flessibilità contrattuale per garantire assunzioni di breve periodo per le sostituzioni è fondamentale che sia disciplinata in modo da consentirne un uso efficiente e prevenire l’abuso.
Alle forze politiche va chiesto di colmare il divario di accesso al lavoro – l’occupazione femminile in Italia nonostante i successi dell’ultimo anno, rimane sicuramente molto bassa – e di promuovere concretamente una società inclusiva, ridisegnando anche il profilo delle città. I luoghi in cui si vive e la offerta di servizi nonché l’integrazione socio-economico-territoriale sono parte del problema. I conti delle retribuzioni torneranno.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Copyright @ - Nuovo Giornale Roma Società Cooperativa - Corso Garibaldi, 32 - Napoli - 80142 - Partita Iva 07406411210 - La società percepisce i contributi di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70. Indicazione resa ai sensi della lettera f) del comma 2 dell’articolo 5 del medesimo decreto legislativo - Il giornale aderisce alla FILE (Federazione Italiana Liberi Editori) e all'IAP (Istituto di autodisciplina pubblicitaria) Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questo giornale può essere riprodotta con alcun mezzo e/o diffusa in alcun modo e a qualsiasi titolo