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L'opinione
12 Marzo 2026 - 09:04
Donald Trump
Donald Trump viene spesso rappresentato come un leader imprevedibile, dominato dall’istinto, dalla provocazione e da una comunicazione aggressiva. Questa lettura, tuttavia, non basta a spiegare fino in fondo la sua impostazione politica. Dietro il linguaggio trumpiano si è infatti consolidata una linea riconoscibile, che può essere sintetizzata in tre formule: Make America Great Again, America First e Peace through Strength.
Più che semplici slogan, questi tre pilastri aiutano a leggere una visione politica che negli anni ha orientato tanto la politica interna quanto quella estera degli Stati Uniti. Una visione fondata su tre direttrici precise: rilancio della centralità economica americana, subordinazione della cooperazione internazionale all’interesse nazionale statunitense, uso della forza e della deterrenza come strumenti di stabilizzazione.
Il primo pilastro, Make America Great Again, non riguarda solo il richiamo simbolico alla grandezza americana. Sul piano geopolitico ed economico significa riportare gli Stati Uniti al centro delle filiere produttive, ridurre le dipendenze strategiche e rafforzare la sovranità industriale. In questa cornice, i dazi non sono misure isolate, ma strumenti di pressione economica e di riequilibrio dei rapporti di forza. La globalizzazione, in questa visione, non è un ordine da difendere in sé, ma un meccanismo da piegare agli interessi di Washington.
Il secondo pilastro, America First, rappresenta la traduzione operativa di questa impostazione. Ogni scelta internazionale viene filtrata da una domanda essenziale: quale vantaggio porta agli Stati Uniti? È qui che si collocano la pressione sugli alleati NATO, la richiesta all’Europa di sostenere un peso maggiore nella sicurezza comune e la diffidenza verso assetti multilaterali ritenuti onerosi o sbilanciati. Non si tratta necessariamente di isolamento, ma di una ridefinizione del ruolo americano: meno disponibilità a reggere da solo il costo dell’ordine globale, più richiesta agli altri partner di assumersi responsabilità e oneri.
Anche il rapporto con la Russia può essere letto dentro questa logica. L’approccio trumpiano tende a privilegiare il rapporto di forza e l’equilibrio tra potenze più che la contrapposizione ideologica permanente. Lo stesso vale per la Cina, considerata al tempo stesso interlocutore economico imprescindibile e competitore strategico da contenere sul piano industriale, commerciale e tecnologico. Da qui deriva l’uso di dazi, restrizioni e leva economica come strumenti di politica estera.
Il terzo pilastro, Peace through Strength, è probabilmente quello che chiarisce meglio l’intera impostazione. In questo schema, la pace non nasce anzitutto dalla cooperazione multilaterale o dal diritto internazionale, ma dalla deterrenza e dalla superiorità. La forza non viene vista soltanto come extrema ratio, ma anche come strumento ordinario di prevenzione e contenimento. Se una minaccia viene considerata strategica, la risposta tende a collocarsi dentro una logica di neutralizzazione del rischio prima che diventi incontrollabile.
Mettendo insieme questi tre pilastri emerge una conclusione di fondo: il trumpismo non propone un ordine internazionale fondato sulla cooperazione tra pari, ma un ordine più gerarchico. Un’America economicamente più assertiva, più selettiva nei suoi impegni, più esigente verso gli alleati e più incline a usare in modo integrato commercio, energia, pressione diplomatica e deterrenza militare. In questo assetto, la pace coincide con l’accettazione di un equilibrio basato sulla forza.
Per l’Europa il nodo è evidente. Se gli Stati Uniti ridefiniscono il loro ruolo secondo un criterio di interesse nazionale più rigido, il continente non può limitarsi a subirne le conseguenze. Difesa, energia, commercio, Mediterraneo, rapporti con Russia, Cina e Medio Oriente tornano tutti al centro di una stessa ridefinizione strategica. E la geopolitica, come ormai è chiaro, non è una materia astratta: incide sui prezzi dell’energia, sulla tenuta economica, sulla stabilità sociale, sulla spesa pubblica e quindi sulla vita quotidiana dei cittadini.
Il punto, allora, non riguarda soltanto Donald Trump, ma il possibile assetto del mondo nei prossimi anni. Ed è soprattutto una questione europea: capire se l’Europa intenda restare spazio subordinato agli equilibri altrui oppure diventare finalmente soggetto autonomo di stabilizzazione, cooperazione e visione strategica.
Comprendere i tre pilastri del trumpismo significa comprendere una parte decisiva dei cambiamenti in corso nell’ordine internazionale. Ed è proprio da qui che nasce la domanda più importante per l’Europa: in un mondo che torna a essere regolato dalla forza, esiste ancora lo spazio per una strategia fondata su autonomia, cooperazione e prevenzione dei conflitti?
*presidente dell’Accademia Italiana Qualità della Vita
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