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LETTERA AL DIRETTORE

Rumore mediatico e libertà di giudizio

Non v’è rimedio per sfuggire a un massacrante tour informativo, per cui bisogna rassegnarsi e corazzarsi per non soccombere

Rumore mediatico e libertà di giudizio

Gentile Direttore, in questi ultimi giorni si sta assistendo, ove mai ce ne fosse stato bisogno, a una tale inondazione di notizie propinate tramite i mezzi televisivi, audio, cartacei, che una normale mente umana non sa più dove “rifugiarsi”, per riposare dallo stress di cui è vittima il proprio cervello. Anche se si volessero scegliere, nell’ipotesi che se ne abbia la disponibilità, luoghi una volta mèta di eremitaggi, ci saranno sempre i telefonini accesi del solito gruppo organizzato per una “escursione fuori le mura” della propria chiassosa città, che sono sintonizzati sulle “ultime notizie” dal mondo.

Non v’è rimedio per sfuggire a questo massacrante tour informativo, per cui bisogna rassegnarsi e corazzarsi per non soccombere. La prima “difesa”, penso, si trovi in se stessi, operando lo sforzo di capire da sé quel che gli altri pensano di spiegarci e inocularci, con la boria di chi presume di essere un “illuminato” del sapere e della cultura, fatta di “tuttologia” presuntuosa ed egocentrica.

Molti di questi “lorsignori”, mezzobusti o opinionisti da strapazzo, pensano che “il” o “i” popoli siano rimasti all’anno zero del feudalesimo dei “Secoli bui” dei X-XII secoli, in cui l’analfabetismo era al 99% e il rapporto sociale e di governo era legato a un “legame di fedeltà” tra un signore ed un vassallo.

Per fortuna siamo nati e cresciuti in un Occidente illuminato che, dopo tanto camminare ed anche “incespicare”, ci ha dato la possibilità di discernimento autonomo ed una coscienza “ragionata” e non “inculcata”. È così che dovremmo avere idee chiare sulle risposte ai tanti quesiti posti o proposti.

Tra questi spicca, per importanza e prossimità di valutazione, il voto referendario del 22-23 di questo mese. Per farsi un’idea autonoma ai fini della conferma con il Sì o del rigetto con il No al referendum sulla Giustizia, basterebbe leggere la riforma costituzionale votata a maggioranza dal Parlamento in ben quattro “passaggi”. Se qualcuno mi trova, tra le righe della legge, che questa vuole mettere sotto bavaglio la Magistratura o vuole “assoggettare” la Pubblica Accusa (i pm, per intenderci) al Potere esecutivo (Governo), sono disposto, nel mio “piccolo”, a fare pubblica ammenda della mia ignoranza ed offrirmi alla “gogna”, come accadeva nelle pubbliche piazze dei “Secoli bui” menzionati.

Sono preoccupato, invece, per la “piega”, tutta politica, che ha preso questo referendum confermativo, facendo apparire agli occhi dell’opinione pubblica in genere e degli stessi “schierati” per il Sì o il No una vittoria di una parte politica contro un’altra, trasportandoci ancora al ricorrente tema dei “Secoli bui”, in cui si fronteggiavano, sulla pelle dei cittadini, le due fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini.

Qualunque sia, perciò, il risultato del 23 marzo, mi preoccupa la cosiddetta “parte militante” della Magistratura, che si sentirà “grata” ai partiti della sinistra ed al sindacato di Landini per la vittoria del “No”, in “contrasto ideologico continuo” con il Centro e la Destra se a vincere sono i “Sì”, visto che si è anche affermato, in dibattiti pubblici, che questa riforma costituzionale è stata fatta “contro la Magistratura”.

Eppure conservo sempre fiducia verso la maggioranza di chi assolve ad un ruolo tanto delicato. Io stesso, nel lontano 1973, laureato in Giurisprudenza a pieni voti nella mitica “Federico II”, allievo dei corsi di preparazione al concorso in Magistratura dell’altrettanto “mitico” prof. Capozzi, affrontai il concorso superando gli scritti, ma optai per la carriera militare e la funzione di Commissario Aeronautico, avendo superato anche le prove orali di quel concorso.

Eravamo dodici vincitori su 374 partecipanti. Sei dei miei “compagni d’armi” avevano anche loro superato le prove scritte di “Uditore giudiziario”, come si appellava allora il concorso in Magistratura (la preparazione per affrontare con successo il concorso nel Commissariato Aeronautico richiedeva lo stesso “know-how” della magistratura), e continuarono con le prove orali. Furono tutti assegnati alle varie Procure di appartenenza, dove hanno svolto con rigore e sapienza il delicato ruolo di pm; con loro ho conservato una bella amicizia nata per la comune esperienza militare nella Scuola Superiore delle FF.AA. di Firenze-Cascine, oggi Isma (Istituto di Scienze Militari Aeronautiche).

Anche il nostro “status giuridico” di amministratori delle Forze Armate, che non ha carattere operativo come il pilota di caccia, il marinaio in nave da guerra o la fanteria d’assalto, ha due distinti ruoli e due distinte carriere: quella del Corpo di Commissariato e quella di Amministrazione.

Due concorsi, quindi, e due differenti impostazioni: il ruolo di Commissariato si occupa di contratti, di consulenza giuridica e di interpretazione delle leggi in ambito militare; il ruolo di Amministrazione si occupa di gestire il personale e il materiale, da quello ordinario a quello speciale, fino alla tenuta contabile dei registri di entrate ed uscite.

I due ruoli si “intersecano”, quasi, ma sono ben “distinti e distanti”: l’uno acquista, l’altro controlla e gestisce; l’uno interpreta il volere del legislatore ed affianca, per la parte giuridica, anche i vertici dello Stato Maggiore, delle basi militari e delle accademie; l’altro applica quanto stabilito, con potestà di rifiuto di registrazione se il provvedimento sembra oggetto di “revisione”. Funziona benissimo e non intacca il principio alla base di una organizzazione militare: la rapidità decisionale dei vertici di ciascuna Forza Armata.

Di recente ho letto quanto affermato dal prof. Barbera, insigne giurista sui cui testi hanno studiato intere generazioni di studenti in Giurisprudenza, a cominciare dagli stessi magistrati, già professore universitario di Diritto costituzionale all’Università di Bologna, già presidente della Corte Costituzionale, ministro con Ciampi capo del Governo, più volte deputato del Pci, poi Pd, a proposito dell’estrema politicizzazione attribuita a questo referendum: “Il mio voto al Governo lo darò nel 2027; oggi si vota sulla Giustizia.”

Se fossimo tutti convinti di questo semplice, ma profondo concetto, non vi sarebbe storia per l’esito del voto referendario.

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