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L’OPINIONE

Apocalypse Now: specchio senza tempo del cuore nero del mondo

Il promemoria dell’orrore che non invecchia, si ripete, si evolve solo nelle nuove tecniche di morte, ma resta identico nel cuore nero dell’Umanità

Apocalypse Now: specchio senza tempo del cuore nero del mondo

Una scena del film “Apocalypse Now" di Francis Ford Coppola

C’è un film che ho amato da sempre. Mi è capitato di rivederlo più volte negli ultimi anni perché ha per me un inestimabile valore artistico e una forza potentissima e sempre attuale: è Apocalypse Now, quel capolavoro di Francis Ford Coppola uscito per la prima volta nelle sale cinematografiche nel 1979 e diventato un “cult” senza tempo, come i lettori sanno.

Lo è diventato perché in un mondo che trema sotto il peso di conflitti incessanti e sul quale incombono le ombre di tensioni internazionali che sembra non debbano mai avere fine, questo film ha rappresentato - e oggi più che mai rappresenta - un monito vivo e continuo, un urlo primordiale che squarcia il velo delle illusioni.

La trama la conoscete e prende spunto da quel bellissimo racconto di Joseph Conrad che è “Cuore di tenebra”. Il viaggio del capitano Willard su per il fiume Nung, nel cuore del Vietnam in fiamme, non è mera cronaca bellica e non è soltanto metafora: è un'immersione nell'abisso della guerra, quell'orrore cosmico che non conosce tempo né bandiere, ma solo la follia nuda dell’uomo contro se stesso.

La guerra, in Apocalypse Now, non è scenografia hollywoodiana o rievocazione di eventi: è un mostro tentacolare, incarnato nelle immagini viscerali del “napalm “che divora la giungla come un'apocalisse biblica. C’è il colonnello Kilgore con la sua frase oramai celebre sull’odore del napalm “che sa di vittoria” e per il quale la guerra è diventata una semplice ragione di vita, perché non saprebbe adattarsi alla sua fine e alle regole della “pace” e c’è la scena della battaglia con gli elicotteri che sorvolano, sulle note potenti di Wagner, le risaie e il villaggio in fiamme e c’è il Capitano Willard, sacrificabile per una missione impossibile, per il quale la guerra è diventata la compagna involontaria di una vita che a casa, dodicimila miglia più lontano, ha perso il senso e la dimensione della serenità.

Sono le immagini tutte di un affresco grande e tragico e non celebrano nessuna vittoria, ma denudano l'assurdo, mettono in luce quel caos surreale che è la guerra, dove corpi straziati galleggiano nei fiumi e i volti dei soldati si dissolvono in maschere di terrore, di paura dell’ignoto o di adrenalinica euforia. Francis Coppola, grande maestro del cinema, non mistifica nulla: non c'è redenzione nel film, solo l'odore acre della decomposizione morale, dove il confine tra vittima e carnefice sfuma nel sangue che tutto imbratta.

E poi c'è il Colonnello Kurtz, Marlon Brando in un'ombra grottesca, il profeta folle che ha abbracciato l'orrore invece di combatterlo perché non è possibile combatterlo."L’orrore… l’orrore ", mormoranel suo lucido delirio e quelle parole riecheggiano oltre lo schermo, atemporali come la guerra stessa.

Ma Willard, inviato alla fine del fiume, quasi ai confini della realtà, per ucciderlo e porre fine al suo comando e ai suoi metodi “insani”, non è certo un eroe nella normale accezione del termine: è piuttosto lo specchio sofferto del nostro abisso interiore, un uomo che naviga il fiume della follia per scoprire infine che il vero mostro non è poi il colonnello “impazzito”, ma ciò che la guerra risveglia in tutti noi. Niente discorsi motivazionali, niente finali trionfali.

Questo film mostra la guerra nella sua essenza: un ciclo eterno di violenza che inevitabilmente genera mostri, dove la tecnologia si fonde con il primitivismo tribale dei seguaci del colonnello ribelle e ogni bella morale finisce coldissolversi nel fango infetto del campo di battaglia.

Oggi, più che mai, allora, Apocalypse Now è attuale. Tornate a vederlo, ora che droni impersonali e missili ipersonici falciano vite non lontano da noi. Non è un film datato: è profetico perché restituisce l'immagine pura della guerra, senza filtri e senza retorica. È il promemoria dell’orrore che non invecchia, si ripete, si evolve solo nelle nuove tecniche di morte, ma resta identico nel cuore nero dell’Umanità.

E alla fine, mentre guardiamo le fiamme che divorano il villaggio di Kurtz e Willard emerge dal buio, in silenzio e coperto di sangue, ci chiediamo: chi ha veramente ucciso chi? Perché la guerra non muore mai: purtroppo continua a vivere dentro di noi.

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