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Il dibattito

Equilibrare l’organizzazione del potere giudiziario

Non c’è persona di sano raziocinio che non giudicherebbe più autonoma ed indipendente una corte disciplinare come quella voluta dalla riforma costituzionale

Equilibrare l’organizzazione del potere giudiziario

Alberto Sordi ne “Il marchese del Grillo" di Mario Monicelli

Ci sarebbero tante cose più serie di cui parlare, ahinoi, ma bisogna anche tener conto di quanto è più vicino e sul cui almeno possiamo nutrire la pur pia illusione d’incidere in qualche modo. S’avvicina ormai a grandi passi la data del referendum confermativo della riforma costituzionale volta ad apportare un qualche rimedio alle gravi disfunzioni registrate nell’operato della magistratura italiana.

Allora, tentare un’esposizione dei principali temi a confronto può tornare utile. Anzitutto, cosa questa riforma s’è proposta precisamente di fare? Semplicemente di rendere più equilibrata l’organizzazione del potere giudiziario – ché di autentico potere si tratta, non d’altro – distinguendo nettamente i ruoli dell’accusa e della difesa nel processo penale, nel contempo disinnescando interferenze dei pubblici ministeri sulle carriere dei giudici, interferenze impossibili da evitare, fino a quando entrambi saranno valutati dallo stesso organo d’autogoverno, il famigerato Consiglio Superiore della Magistratura, in acronimo Csm.

Con l’aggravante, che a comandare in quell’ambiente sono nella sostanza pubblici ministeri, antropologicamente più aggressivi e con carica d’iniziativa, e dunque sono essi in prevalenza a tirare le fila in quel teatro.

In secondo luogo, introducendo il meccanismo del sorteggio per la scelta dei componenti del Csm, s’è inteso contrastare seriamente le alchimie correntizie che la fanno da padrona nell’Associazione nazionale dei magistrati, in acronimo Anm: vero luogo dell’elaborazione politica della magistratura, e sede per la designazione dei componenti del Csm, di fatto trasformatosi in espressione di quella fabbrica di reti relazionali, miracolosamente rimasta immune dalla disciplina del ‘traffico d’influenze’, che sembrerebbe invece tagliato su misura per lo scrutinio di condotte colà sospettabili in misura assai abbondante.

Infine, attraverso l’istituzione della Corte disciplinare s’è voluto correggere la notoria inefficienza dell’azione disciplinare nei confronti dei giudici, e soprattutto l’obbrobrio di una giurisdizione casalinga, dove a rendere sentenze sono gli stessi componenti del Csm, eletti attraverso le scelte compiute all’interno dell’Anm, con sapiente dosaggio d’equilibri correntizi.
Cosa oppongono a tutto ciò i fautori del ‘no’?

L’argomento più esilarante è che si sarebbe perseguito l’intento d’indebolire la magistratura la quale, perdendo i propri riferimenti associativi, resterebbe, grama, in balia della politica, là a condizionare i giudici nell’esercizio delle loro funzioni.

ùSiccome quando si valuta una riforma, è necessario verificarla alla stregua dell’esperienza che s’è maturata, non sarà forse inutile rammemorare che lo scandalo del gioco infinito di scambi che si consuma all’interno del Csm, si scoprì grazie ad un trojan installato in un iPhone che immortalò in quel dell’Hotel Champagne, con il gran ciambellano Palamara, un manipolo di consiglieri superiori della magistratura in compagnia di due politici e d’altri giudici, colà confabulanti per concertare l’assegnazione d’importanti postazioni giudiziarie, in particolare Procure: e non sembra che gli argomenti principali vertessero sulla valentia giuridica e culturale degli aspiranti.

Bene, in quella germinale vicenda che diede la stura allo scandalo (uno scandalo, solo per i non addetti, ben s’intenda), a concertare c’erano, insieme a politici, giudici eletti grazie alle correnti, e non per virtù dell’oggi avversato sorteggio; ed a suddividere sistematicamente ambite postazioni giudiziarie, c’erano e ci sono sempre consiglieri eletti, non di certo sorteggiati.

Dunque, l’argomento dell’infiltrazione della politica attraverso il sorteggio è smentito platealmente dall’esperienza e dunque semplicemente non è fondato sulla realtà, che in genere è quella che conta.

Si racconta poi che la separazione delle carriere di fatto già c’è, perché i passaggi tra le due funzioni sono rari. E cosa c’entra? Il problema non sono i passaggi, o almeno non è quello il problema principale; il problema principale è la condivisione di comuni interessi corporativi, l’essere condizionati dai medesimi luoghi di potere e dalle medesime procedure selettive, che costantemente s’incrociano in un gioco di scambi – e di scambi anche nei giudizi sul valore dei singoli appartenenti all’ordine giudiziario, anch’esso il medesimo.

Il problema è lo ‘spirito di corpo’, che si forma e si rafforza per la condivisione d’accomunanti obiettivi carrieristici e di omogeneità culturali, cospiranti verso condivisi obiettivi di potere. E non c’è mastice di più coesivo dello spirito di corpo, perché fa parteggiare, ostacola il confronto dialettico, ingenera corporativismo.

Quanto poi alla Corte disciplinare – terzo corno della riforma – si dice che essa intimorirebbe i magistrati. Perché mai? Sarà formata in prevalenza da giudici e, in una proporzione non diversa da quella attuale nel Csm, da giuristi scelti per sorteggio da una lista formata dal voto delle due Camere.

Non è un plotone d’esecuzione, per usare un’infelice espressione di questi giorni, bensì un importante organo giudicante, del tutto autonomo – certamente incomparabilmente più autonomo della attuale Sezione disciplinare, composta per due terzi da magistrati eletti al Csm attraverso il sistema, inevitabilmente politicante, delle correnti: e sono poi quelli che siedono nella Sezione disciplinare metamorfosati in giudici, e giudicano i colleghi ai quali hanno chiesto e dai quali hanno ricevuto il voto, e con i quali hanno concertato le ineludibili manovre che caratterizzano la formazione del consenso in ogni competizione elettorale.

Non c’è persona di sano raziocinio che non giudicherebbe più autonoma ed indipendente una corte disciplinare come quella voluta dalla riforma costituzionale, rispetto ad una Sezione disciplinare, quale la sedente nel Csm, frutto di negoziazioni d’ogni sorta, ivi comprese quelle poste in atto nel momento in cui, costituito il nuovo Csm, si scelgono i consiglieri superiori chiamati a farne parte.

A meno che ad esser temuta non fosse per avventura proprio l’autonomia e l’indipendenza di quella Corte disciplinare: ciò che alquanto bisticcerebbe con la quotidiana invocazione di questi valori da parte dei nostri battaglieri magistrati. Anche se la meraviglia s’arresta ben presto, memore d’una vecchia storia, quella dello sfrontato marchese del Grillo: affezionato all’aristocratica idea secondo la quale quanto vale per gli altri non è detto debba valere per sé.

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