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LETTERA AI LETTORI
18 Marzo 2026 - 09:17
Cari amici lettori, trentasei anni dopo l’entrata in vigore del codice di procedura penale arriva finalmente al pettine il nodo della separazione delle carriere, con il voto sulla riforma varata dal Parlamento.
I fautori del “No” affermano di voler difendere la funzione giudiziaria e l’indipendenza dei magistrati. Nulla di più falso. L’hanno dimostrato i numerosi giudici e perfino inquirenti che hanno pubblicamente sostenuto il “Sì”. Lo stesso Nordio, autore della riforma, è stato per lunghi anni autorevole pubblico ministero.
Io tengo molto al prestigio della magistratura, avendovi lavorato come giudicante per cinquanta anni e otto mesi della mia vita. Appartengo a una famiglia di magistrati: lo erano Pietro, nonno di mio nonno, Filippo mio padre, Ferdinando mio cugino e lo è Ferdinando mio figlio. Da trentasei anni a questa parte sostengo la necessità della separazione, poiché il processo introdotto nel 1990 equipara gli accusatori ai difensori e non ai giudicanti.
I pubblici ministeri sono una delle parti, i giudicanti debbono essere al di sopra delle parti. Con l’esercizio della professione, gli appartenenti alle due diverse categorie si formano mentalità profondamente differenti e rarissimamente compatibili.
La separazione delle carriere non ha alcuna incidenza sull’indipendenza dei pubblici ministeri, che conservano le attuali prerogative previste dalla Costituzione, peraltro fin dall’inizio diverse da quelle dei giudicanti. L’art. 101, 2° comma, prevede, infatti, che “I giudici sono soggetti soltanto alla legge”, mentre l’art. 107, ultimo comma, prevede che “Il pubblico ministero gode delle garanzie stabilite nei suoi riguardi dalle norme sull’ordinamento giudiziario”.
Negli ultimi anni la crisi della giustizia si è progressivamente aggravata, al punto che la percentuale dei cittadini che hanno “molta fiducia” nella magistratura si è ridotta a un livello molto basso, il 14%. Ciò dipende non solo dall’intollerabile durata dei procedimenti, ma anche dai troppi e troppo clamorosi errori, che rimangono in concreto sempre privi di conseguenze per il magistrato che li commette.
Cominciamo dai giudicanti: alcuni di essi dimenticano di essere “soggetti alla legge” e pretendono di interpretarla in maniera abrogativa, modificativa o addirittura creativa, dimenticando che “dura lex, sed lex” (la legge può essere sgradita, ma va osservata) vale anche per loro. Lo abbiamo visto, come massimo ma non unico esempio, in materia d’immigrazione clandestina che, appunto perché clandestina, è sicuramente contro la legge.
Gli inquirenti debbono identificare i responsabili di reati e chiederne la punizione. Le loro indagini debbono nascere da una “notitia criminis”, che deve essere un fatto concreto e non può consistere in una mera opinione dell’inquirente, come ormai spesso accade. Un cittadino non può essere indagato per il solo fatto che non piace a un pubblico ministero per essere poi assolto, magari dopo anni e dopo esser stato privato della libertà, perché il fatto non sussiste. Se poi la notizia c’è, non può essere sepolta in uno scaffale, magari fino alla prescrizione, perché l’autore del reato è simpatico al precedente.
Occorre, insomma, che un magistrato, il quale deliberatamene trascuri le regole di comportamento o, in particolare, violi l’obbligo di astensione quando abbia un interesse personale, familiare o amicale nella vicenda in esame, risponda del proprio operato. Ciò oggi non accade perché le sanzioni dovrebbero essere applicate dal Consiglio Superiore della Magistratura che, soprattutto per la dipendenza dalle correnti che l’hanno eletto, non esercita quasi mai il doveroso compito di giudicare i magistrati che non si comportano correttamente.
Questo è necessario per ripristinare la dignità dell’ordine giudiziario. È ancor più necessario, però, perché gli innocenti non vengano perseguiti e i colpevoli non siano lasciati indisturbati: in particolare, perché innocenti non vengano privati della libertà personale e delinquenti non siano lasciati liberi di delinquere. I cittadini, insomma, non devono essere perseguitati né dai magistrati né dai delinquenti. Non può parlarsi, altrimenti, di società civile.
Se la riforma funzionerà, baderà a ricercare questo risultato un apposito organo, distinto dal Consiglio Superiore della Magistratura Giudicante e da quello della Magistratura Inquirente.
L’estrazione a sorte dovrebbe eliminare le correnti e le conseguenti clientele, che oggi producono i mali evidenti a tutti, anche a quelli che confondono il referendum con un voto pro o contro il governo in carica. A maggior ragione a quelli che, pur avendo perseguito moltissimi innocenti, sembrano ritenere appartenenti alla mafia quelli che non votano come loro.
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