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L’OPINIONE

Sal Da Vinci sfida gli algoritmi: è un consenso fuori il sistema

Il fenomeno Da Vinci scardina la dittatura del virtuale perché poggia su una verticalità del talento che la discografia usa e getta ha smarrito da tempo

Sal Da Vinci sfida gli algoritmi: è un consenso fuori il sistema

Sal Da Vinci

Il Festival di Sanremo ha lasciato in eredità una fotografia nitida della frattura, ormai strutturale, che separa i circuiti della critica convenzionale dalla realtà del Paese. Analizzare a freddo la vittoria di Sal Da Vinci non significa indulgere in un esercizio di nostalgia, ma avere il coraggio di decodificare un fenomeno di massa attraverso lenti meno opache.

Chi oggi interpreta questo successo come un’anomalia estetica o un semplice rigurgito di folklore, dimostra di non possedere gli strumenti per comprendere le nuove dinamiche del consenso fuori dai perimetri della comunicazione istituzionale. Non siamo di fronte a un exploit di genere, ma a una precisa risposta identitaria contro le spinte all'omologazione globale.

Il trionfo di Sal Da Vinci rappresenta, in verità, il successo della disintermediazione più pura. Mentre l'industria discografica tenta di imporre un modello musicale standardizzato — fatto di architetture sintetiche e testi funzionali a un consumo rapido — esiste un popolo reale che si muove su binari diversi.

È il pubblico che non attende la validazione delle playlist algoritmiche per riconoscere un valore, una base che non risponde alle logiche predittive dei big data, ma a un senso di appartenenza che nessuna operazione di marketing può surrogare. La perplessità di certa critica rivela una crisi di funzione: la vittoria di un artista così radicato dimostra che il pubblico è ancora in grado di eleggere i propri simboli indipendentemente dai filtri dei mediatori culturali tradizionali.

Ma andiamo al dato tecnico, quello che i maestri del giudizio facile fingono di non vedere. Il fenomeno Da Vinci scardina la dittatura del virtuale perché poggia su una verticalità del talento che la discografia usa e getta ha smarrito da tempo. La sua forza è in quel legame viscerale con il territorio, una forma di resistenza melodica che non ha bisogno di correttori digitali o di effetti speciali per arrivare a destinazione.

La sufficienza con cui certi osservatori guardano alla sua figura confina pericolosamente con lo snobismo di classe. Si dimentica troppo spesso che dietro quel nome c’è un mestiere solidissimo, una disciplina d'altri tempi che viene dal teatro, dalle assi di legno solcate con fatica, e una capacità rara di far vibrare le corde emotive di un pubblico che non è solo napoletano, ma nazionale.

Ignorare questa caratura professionale per derubricare tutto a fenomeno locale è un errore metodologico imperdonabile. In un mercato che brucia i cosiddetti artisti nello spazio di un mattino, la tenuta di una carriera come quella di Sal Da Vinci è un dato politico. Non ha vinto per una bizzarria del regolamento o per un colpo di fortuna: ha vinto perché ha restituito centralità a un’emozione che non ha bisogno di sottotitoli.

Forse è il caso che chi siede nelle giurie e chi decide i palinsesti inizi a guardare al consenso popolare con meno fastidio e più umiltà. L'interrogativo che questa edizione del Festival ci consegna non riguarda i gusti musicali, ma la capacità di decodificare le correnti profonde della società.

È necessario che chi presiede i palinsesti e i tavoli della critica inizi a osservare il consenso popolare come un dato sociologico da studiare con rigore, piuttosto che come un errore di sistema da correggere. Napoli, attraverso i suoi interpreti più autorevoli, ricorda all'Italia che l'espressione artistica rimane un territorio di libertà non filtrabile: un atto di autonomia che non accetta negoziazioni.

Quando il pubblico riconosce l’autenticità di un’esecuzione e la solidità di un percorso professionale, non esita a ristabilire una gerarchia di valori che prescinde dalle previsioni di settore. Ed è proprio in questa riappropriazione collettiva del giudizio, capace di fare rumore nel silenzio dell'omologazione, che risiede la notizia più rilevante di questo tempo. 

*Pedagogista

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