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Il punto

Oggi e domani alle urne: una scelta per la Giustizia

Si vota per il referendum, non sul governo

Riforma della giustizia, il referendum si terrà il 22 e il 23 marzo

Forse preparavano una strage, ma gli è andata male. Due terroristi del gruppo Cospito, Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, sono rimasti vittime dell’esplosione casuale dell’ordigno artigianale che stavano costruendo a Roma.

Ciò nonostante, però, oggi e domani andremo alle urne per quel referendum sulla riforma della Giustizia che ci saremmo potuti evitare, se la sinistra falsoprogressista non avesse cambiato idea rispetto alle modifiche previste: separazione delle carriere, doppio Csm, sorteggio per la nomina dei loro componenti, sulle quali erano d’accordo fin dai tempi della Bicamerale nella XIII legislatura.

Quella, però, era presieduta da D’Alema, che non è più d’accordo col baffino di ferro di allora, cioè con se stesso, e ha definito quella di Meloni «una riforma pericolosa». Ovvio: se fosse stata approvata allora, sarebbe passata alla storia come riforma D’Alema; ora sarebbe ricordata come riforma Meloni.

E non va bene. Per cui bisognava fare di tutto per farla bocciare dai cittadini, strafottendosene dei loro interessi, lasciando in Costituzione quel processo inquisitorio voluto da Mussolini che né la Costituzione repubblicana del 1947 né alcuna modifica successiva sono riuscite a cancellare.

Fatto è che l’opposizione e l’Anm, al di là della riforma — utilizzata come strumento utile alla bisogna — hanno un altro obiettivo: la spallata al governo Meloni. Tant’è che, sin da quando è stata approvata definitivamente al Senato il 30 ottobre e ci si è resi conto che era necessario il referendum confermativo, i signori del No, anziché discutere dei contenuti, hanno parlato d’altro, nascondendosi dietro la «deriva liberticida» e il rischio per la democrazia e, senza darlo a vedere, hanno scaricato una montagna di menzogne sul Governo; e qualcuno dei leader più influenti del gruppo, vedi Monti, ha lasciato intendere che «voterà per tutelare lo Stato di diritto, ma non contro il governo».

Politicizzando, così, al massimo il senso del voto, ponendo, però, le premesse perché, se dovesse vincere il «no», loro possano continuare con le sceneggiate di piazza chiedendo le dimissioni della Meloni. Che, però, si è già portata un passo avanti, ribadendo che comunque non si dimetterà. Del resto, perché dovrebbe farlo?

Si vota per il referendum, non sul governo. Quindi? Già, ma come dice l’antica saggezza, «tentar non nuoce». E lor signori, nel caso, certamente ci proveranno. Anche a rischio di spaccarsi ulteriormente, visto che una sostanziosa parte di loro — quella che, rispetto al ’97-’98, non ha cambiato idea sull’importanza, per la giustizia di questo Paese, di riformare l’ordinamento giudiziario e sulla separazione delle carriere — si è già apertamente schierata, dicendo che voterà sì.

Ma la Schlein (per questa scelta sta facendo rivoltare nella tomba il nonno materno, Agostino Viviani, già senatore e giurista del Psi e membro laico del Csm, defunto nel 2009, che nel 1996, intervistato da Radio Radicale, sostenne che «la carriera unica dei magistrati è un’assurdità»), Avs e Conti, senza idee a parte le boutade, si sono messi a correre dietro Landini, leader della Cgil, che ha trasfigurato quello che era il principale sindacato italiano dei lavoratori in un gruppuscolo, per quanto numeroso, di estremisti di sinistra.

Che, alleato con anarchici, islamisti residenti in Italia e antagonisti, dopo essere scesi tutti — ma non in tanti — insieme in una piazza del Popolo a Roma desolatamente semivuota, dove hanno bruciato le foto di Meloni e Nordio, hanno trasformato gli ultimi sette giorni di campagna elettorale in una settimana di sceneggiate tragicomiche contro la premier, fotografata dal deputato avsino napoletano Borrelli in un post sul proprio profilo online come malata psichiatrica per promozionare il No alla riforma.

Ingigantendo ulteriormente le distanze, con dichiarazioni traboccanti odio, fra le due parti. In più, la Cgil, dopo aver asservito a sé, mettendola poi a disposizione del «no», l’Ia, in maniera tale che chiunque chiedesse alle piattaforme informazioni sulla riforma venisse indirizzato verso il “no”.

E per completare l’opera, la stessa Cgil si è peritata anche di partecipare — con Patronati, Comites, Acli, Inca e circoli vari — all’opera «benemerita» (?) di manovrare il voto degli italiani all’estero, anche centenari, magari defunti ma non ancora cancellati dagli elenchi Aire, di cui, grazie all’inesistenza dei controlli, sarebbero riusciti ad accaparrarsi le schede elettorali e a votarle all’insaputa degli interessati.

Qualcuno parla di una cifra, quasi 2 milioni, non proprio indifferente di schede partite d’oltreconfine con destinazione Italia. Mi domando se non siano proprio questi eccessi propagandistici che, stando alle cronache, stanno allontanando le simpatie degli italiani dal No. Di più, non c’è chi non veda, infatti, che da quando a Palazzo Chigi c’è il governo Meloni, i magistrati stanno facendo di tutto per metterlo in difficoltà.

A cominciare dalla disapplicazione delle leggi che non gli piacciono. In particolare quelle sull’immigrazione clandestina e sulla sicurezza. E se lo fanno adesso, cosa faranno quando si sentiranno legittimati dall’eventuale vittoria del no? Continueranno con le sentenze creative? «Ai posteri l’ardua sentenza». 

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