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Oltre la toga: il naufragio del dibattito sulla giustizia

Contro Annalisa Imparato si è scatenata una foga che ha travalicato il diritto di critica

Oltre la toga: il naufragio del dibattito sulla giustizia

Scrivere per informare richiede un equilibrio sapiente: denunciare le derive civili senza trasformare la penna in un’arma di propaganda. Il caso che ha coinvolto la dottoressa Annalisa Imparato, travolta da una reazione mediatica violentissima per commenti espressi in contesti privati o social, solleva interrogativi che superano il perimetro della cronaca giudiziaria. La sua figura è diventata, suo malgrado, il parafulmine di uno scontro che ha preferito l’attacco ad personam all'approfondimento del merito.
Il primo effetto di questa polarizzazione è stato l'oscuramento del referendum sulla giustizia. Nato come strumento per incidere su meccanismi tecnico-giuridici complessi, il voto ha rischiato di svuotarsi di significato, trasformandosi in una conta tra fazioni. Quando l’attenzione si sposta dal contenuto delle riforme al "colpire" un esponente della magistratura, il cittadino perde la possibilità di incidere realmente sulle leggi. Votare mossi dal risentimento verso un singolo individuo, anziché per il bene comune del sistema giustizia, rappresenta un’occasione perduta per la democrazia. Il tecnicismo giuridico, che dovrebbe essere il cuore del dibattito, è stato sacrificato sull’altare della tifoseria.
È necessario dire con forza che si può criticare l’operato o l’imparzialità di un magistrato, ma nulla giustifica l’insulto sessista. Contro Annalisa Imparato si è scatenata una foga che ha travalicato il diritto di critica per sfociare in attacchi al suo aspetto fisico e alla sua vita privata. Come donna e professionista impegnata, sento il dovere di esprimerle piena solidarietà: in un Paese democratico, la libertà di pensiero non può essere pagata con il prezzo della dignità personale.
Viene da chiedersi perché un accanimento così barbaro non colpisca con la stessa intensità i colleghi uomini. La misoginia sembra serpeggiare anche in quegli spazi che dovrebbero essere i custodi della civiltà, ignorando il dettato dell'Articolo 3 della nostra Costituzione, che impone pari dignità sociale senza distinzione di sesso o di opinione. Usare il genere come strumento di delegittimazione professionale è un ritorno a un passato oscuro che non possiamo più tollerare.
D'altra parte, il dibattito resta aperto sul dovere di continenza che ogni magistrato dovrebbe osservare. L'estetizzazione della politica dentro la magistratura — dai cori di "Bella Ciao" agli slogan militanti — rischia di indebolire la percezione di "terzietà" dell'intera categoria. Se il magistrato appare come un militante, la sua funzione di arbitro imparziale viene percepita come fragile, alimentando un circolo vizioso di attacchi reciproci. È un equilibrio delicato: da un lato il diritto di ogni cittadino, magistrati inclusi, di esprimere il proprio pensiero; dall'altro la necessità di preservare il prestigio di un'istituzione che deve restare "sopra il coro" per essere credibile.
Il caso della dottoressa Imparato ci insegna che non c'è giustizia senza rispetto. Difendere il diritto di un magistrato a non essere vittima di gogne barbare non è una scelta politica, ma una battaglia di civiltà. Solo restituendo dignità al linguaggio e centralità ai temi tecnici potremo sperare di tornare a un confronto che sia utile al Paese e non solo distruttivo per le persone coinvolte.

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