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LA RIFLESSIONE
30 Marzo 2026 - 08:35
Degli esiti referendari il Paese avrà modo di pentirsi per lungo tempo. È vero, in democrazia, quella della maggioranza è la legge indiscutibile. Indiscutibile quanto al rispetto delle decisioni che il cosiddetto popolo sovrano assume, perché evidentemente, in caso contrario, dovrebbe pensarsi ad un altro sistema politico o a seri correttivi.
Ma non indiscutibile quanto al giudizio sulla qualità delle decisioni ed alle conseguenze cui esse porteranno. Gli italiani hanno deciso di stare con la parte più conservatrice della società – la magistratura – con quella che ha dato ampia prova dei suoi radicali difetti, fatti di corporativismo, d’esercizio deviato del potere, d’assoluta indisponibilità a discutere delle regole che la governano, meglio delle regole che essa di fatto e materialmente s’è data con duratura e pervicace azione per controllare le proprie logiche, che sono però logiche che si riversano, danneggiandola, sull’intera comunità dei cittadini.
Il risultato è stato un indubbio successo disinformativo di quella potente organizzazione lobbistica che si chiama Associazione nazionale dei magistrati, e dunque bene così. C’è un preciso precedente, in materia referendaria. Sabato scorso presso la Fondazione Banco di Napoli si è tenuto un importante convegno internazionale nel corso del quale imprenditori, studiosi di qualificatissima formazione, grandi banchieri privati e centrali si sono confrontati, coordinati da qualificati protagonisti del mondo dell’informazione, sul ruolo degli istituti di credito e degli strumenti creditizi nell’attuale situazione geopolitica.
In ordine alla situazione italiana, due problemi sono stati unanimemente posti al centro del serrato dibattito che lì ha preso forma. Il primo: la grave situazione di dipendenza energetica in cui il nostro Paese versa da decenni. Le fonti attraverso le quali ci approvvigioniamo di quanto ci occorre per far fronte alle esigenze vitali della produzione nazionale e della vita quotidiana, sono il gas, che ci viene prevalentemente fornito da Algeria, Azerbaijan, Libia, Nord Europa, Katar e Stati Uniti, da questi due ultimi, via mare; il petrolio, vendutoci da Kazakistan, Azerbaijan e Libia; infine, elettricità, prodotta prevalentemente attraverso il nucleare francese e svizzero. Sufficiente osservare le organizzazioni politiche dei luoghi di provenienza, per comprendere a quali rischi il nostro quotidiano è esposto, anche a far la tara dall’attuale congiuntura iraniana e del golfo persico in generale.
Ma non è solo questione di cronica precarietà che affligge le nostre forniture energetiche, che già non sarebbe poco, date le incertezze che ingenera nel mondo industriale e degli investimenti in generale, già reso insicuro dalla pesantezza e mutevolezza delle regole e dall’inefficienza delle istituzioni giudiziarie.
È anche un problema di costi elevatissimi, che questa dipendenza pone stabilmente ai conti nazionali. Orbene, quello dell’energia, è stato un altro sciocco risultato referendario, che ci portiamo dietro da quarant’anni quando, sull’onda del disastro di Chernobyl, il popolo sovrano, anche lì suggestionato e disinformato su rischi effettivi e conseguenze, votò per impedirci al nucleare: salvo poi, con lucida intelligenza delle cose, ad acquistare energia – a caro prezzo – in tal forma prodotta dai confinanti cugini d’oltralpe.
Ed ora, ed anzi appunto da quaranta anni, ne paghiamo lo scotto, ovviamente, senza nulla apprendere. Siamo dinanzi alla seconda, grave crisi energetica:dopo quella seguita alle sanzioni alla Russia (dalla quale ancora peraltro, sia pur limitatamente, siamo costretti ad acquistare), ora vien quella seguita alla crisi del Golfo persico.
La Presidente del consiglio è dovuta di gran carriera imbarcarsi per l’Algeria allo scopo d’assicurarsi forniture aggiuntive di gas; ma il problema resta strutturale, senza che noi ancora ci si decida alla scelta inevitabile dell’energia nucleare per acquisire indipendenza energetica, dato che le fonti rinnovabili non potranno mai colmare il fabbisogno vitale del Paese (più o meno siamo al 40%).
Il secondo aspetto che è venuto fuori dal dibattito di sabato scorso come gravissimo problema nazionale è quello della nostra radicale debolezza in termini di difesa militare. Comodamente adagiati sulla sicura tutela della Nato – leggi, Stati Uniti d’America – non abbiamo visto, per meglio dire non abbiamo voluto accorgerci che l’alleato d’oltre Atlantico da decenni sta riducendo la propria presenza sullo scenario europeo, vuoi perché i costi da sostenere sono enormi a fronte di un debito pubblico anche colà salito alle stelle; vuoi perché l’interesse strategico per il Vecchio Continente è andato riducendosi, a fronte di logiche differenti che negli ultimi decenni si sono affermate nella dimensione geopolitica.
Qualche mese fa, il nostro ministro della Difesa si lasciò andare ad un’imprudente, ma non perciò inopportuna confessione, quando disse che, in caso di attacchi militari ben orditi, nello Stivale si sarebbe stati in grado di resistere per circa una settimana. Sì, proprio così. Dinanzi a simili disastrose situazioni organizzative, sarebbe necessario investire importanti risorse per adeguare le nostre difese alle attuali necessità, alle necessità che il precario, molto precario scenario mondiale ci pone da tempo dinanzi e che, come al solito, con la solita politica dell’incolpevole struzzo – ma ormai quella fama accompagna inesorabilmente la sfortunata bestiola – fingiamo di non vedere: magari potremmo organizzare un referendum sul riarmo, e vediamo come va a finire.
Il cruccio che da sempre affligge il nostro Paese, pieno di vuota retorica e ontologicamente inefficiente, è nella ben nota incapacità del decidere, dell’affrontare e superare pragmaticamente i problemi, guardando agli effettivi interessi che dovrebbero guidarci nelle scelte e non alle vuote parole di mistificatori spesso anche incompetenti. Ma questa è la storia d’Italia e dunque c’è ben poco da gioire.
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