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L’INTERVENTO

Mondo inquieto, Italia distratta: la politica sceglie lo scontro

Mentre il mondo si interroga su come evitare nuove escalation, il nostro dibattito pubblico si muove in un universo parallelo

Mondo inquieto, Italia distratta: la politica sceglie lo scontro

Viviamo un tempo attraversato da un’inquietudine profonda. Mentre i conflitti si moltiplicano e le tensioni internazionali faticano a trovare sbocchi diplomatici credibili, persino i moniti del Papa, appelli alla pace che richiamano alla responsabilità collettiva, sembrano infrangersi contro il muro dell’indifferenza dei potenti. La ragionevolezza è ormai un bene scarso; la politica globale appare sempre più come un’arena in cui la logica del sopruso prevale su quella del dialogo.

In questo scenario di estrema fragilità, l’Italia appare disallineata. Mentre il mondo si interroga su come evitare nuove escalation, il nostro dibattito pubblico si muove in un universo parallelo. Le recenti dimissioni che hanno scosso il quadro istituzionale, anziché aprire una riflessione sulla qualità della classe dirigente, sono state subito ridotte a terreno di scontro e calcolo. Un passaggio che avrebbe richiesto sobrietà e senso dello Stato è stato assorbito nel consueto circuito di polemiche autoreferenziali.

È un copione noto: di fronte a un bivio critico, la politica italiana sceglie la contrapposizione invece della responsabilità. Eppure servirebbe l’opposto. Servirebbe una guida capace di leggere la complessità del contesto internazionale, consapevole che l’instabilità globale non è un rumore di fondo ma una minaccia concreta. Servirebbe una politica capace di abbandonare i tatticismi per offrire una direzione.

La distanza tra la gravità della Storia e la leggerezza del nostro dibattito non è solo un problema di immagine, ma un rischio strategico. Un Paese che non coglie la serietà del momento è un Paese che rinuncia a proteggersi e a costruire. Trasformare ogni crisi in occasione di scontro, invece che di evoluzione, significa compromettere il futuro.

Eppure uno spiraglio esiste. La società civile ha il potere, e la responsabilità, di ritrovare la propria voce. Può chiedere che la politica torni a misurarsi con i temi della pace, della sicurezza europea, della tenuta delle istituzioni. Può pretendere che le crisi non diventino l’ennesimo ring, ma occasioni per ricostruire credibilità.

Non è un’illusione, è una necessità. Se il mondo è inquieto, l’Italia non può permettersi la distrazione. Servono maturità e visione. Servono adesso.

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