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La resurrezione laica: trasformare il rito del ritorno in voglia di restare

La Pasqua a Napoli, spogliata per un attimo del suo pur fondamentale valore religioso, resta il più grande esercizio di comunità che la città conosca

La resurrezione laica: trasformare il rito del ritorno in voglia di restare

C’è un termometro invisibile che misura lo stato di salute dell’anima di Napoli, ed è il tabellone degli arrivi a piazza Garibaldi o a Capodichino alla vigilia della Santa Pasqua. Non sono solo numeri, coincidenze o ritardi; sono storie che tornano, frammenti di un’identità che si ricompone.

È l’esercito pacifico dei napoletani altrove, studenti, professionisti, lavoratori, che per una settimana riappendono il cappotto della nostalgia per reimmergersi nel caos vitale della loro terra. Questa Pasqua 2026 ci restituisce una città che è, allo stesso tempo, casa e palcoscenico, porto sicuro e vetrina globale.

Da un lato c’è il rito laico del ritorno, quel bisogno quasi fisico di contarsi intorno a una tavola, di verificare che i luoghi dell’infanzia siano ancora lì, resistenti al tempo e alle trasformazioni selvagge di un mercato immobiliare che non fa sconti.

Dall’altro, c’è lo sguardo del mondo: quel flusso turistico che ormai non è più una felice sorpresa, ma una costante che interroga profondamente la nostra capacità di accoglienza e la nostra tenuta sociale. La Pasqua a Napoli, spogliata per un attimo del suo pur fondamentale valore religioso, resta il più grande esercizio di comunità che la città conosca.

Lo si vede nella liturgia della preparazione, una sorta di manovra finanziaria del cuore: il casatiello e la pastiera non sono semplici pietanze, ma vera e propria valuta sociale. Si impasta per sé, ma soprattutto per regalare, per scambiare, per sancire alleanze di vicinato o di famiglia.

È un’economia del dono che resiste fieramente in un’epoca di consumi rapidi, algoritmici e impersonali. In questi giorni, Napoli rallenta il suo battito frenetico per ritrovare la lentezza della cura, la precisione del gesto antico, il tempo dell’attesa. Tuttavia, lo sguardo sulla città non può e non deve fermarsi al folklore o alla rassicurante estetica del vicolo in festa.

Questa Settimana Santa pone davanti a una sfida civile senza precedenti: come far convivere l’autenticità dei nostri riti con la pressione di una città che sta diventando una meta globale dai tratti, a tratti, predatori? Il rischio concreto è che i quartieri diventino scenografie di cartapesta e i residenti semplici comparse di un documentario ad uso e consumo del turista di passaggio.

La gentrificazione non è un termine astratto; è la scomparsa dei negozi di prossimità sostituiti da friggitorie in serie, è l’aumento degli affitti che spinge i giovani verso la periferia più estrema. La sfida per il futuro è far sì che il ritorno dei nostri talenti non sia solo una parentesi festiva tra un volo lowcost e l'altro, ma una possibilità concreta di restare.

La vera resurrezione laica di cui Napoli ha bisogno è proprio questa: trasformare l’energia, il calore e la capacità organizzativa che mettiamo nelle nostre tradizioni pasquali in un progetto di città vivibile trecentosessantacinque giorni l’anno. Che l’abbraccio che diamo a chi torna in questi giorni possa diventare l’ossatura di una Napoli capace di trattenere le sue intelligenze, non solo per il pranzo della domenica, ma per la costruzione del domani.

Perché Napoli non è solo una cartolina da spedire o un video da postare, ma un’emozione da abitare e, soprattutto, da difendere. E la Pasqua, con il suo carico di speranza e di riunione, è il momento perfetto per ricordarci che una città senza cittadini è solo un museo, mentre Napoli ha il dovere di restare, per sempre, un corpo vivo. 

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