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L'analisi

Qualità della vita: cosa misura il “Sole 24 Ore” e cosa manca

È uno strumento utile per confrontare i territori, ma non basta a spiegare perché alcune città, pur migliorando nei dati, restano difficili da vivere

Qualità della vita: cosa misura il “Sole 24 Ore” e cosa manca

Via Roma a Napoli

La classifica del “Il Sole 24 Ore”non misura solo indicatori economici, ma resta comunque una fotografia parziale della qualità della vita reale. È uno strumento utile per confrontare i territori, ma non basta a spiegare perché alcune città, pur migliorando nei dati, restano difficili da vivere.

È qui che si apre una questione metodologica. Quando parliamo di qualità della vita non ci riferiamo soltanto a reddito, servizi o sicurezza, ma alla vita concreta delle persone: al tempo che impiegano per muoversi, alla qualità dell’ambiente urbano, alla serenità quotidiana, alle opportunità reali, al rapporto tra territorio e benessere individuale.

È una dimensione più complessa di quella che una classifica generalista può restituire da sola. Il merito della rilevazione del Sole 24 Ore è indiscutibile. Misura in modo efficace la dimensione economica: lavoro, reddito, capacità produttiva, attrattività dei territori.

Allo stesso modo, offre indicatori utili sui servizi e sulla qualità delle infrastrutture, così come su sicurezza e tenuta sociale. Sono elementi fondamentali: senza economia, servizi e sicurezza non esiste alcuna qualità della vita. Ma proprio perché questi aspetti sono essenziali, non sono ancora sufficienti. Il limite emerge quando si tende a far coincidere la fotografia statistica con l’intera realtà.

È qui che la lettura rischia di diventare incompleta. Ci sono almeno quattro dimensioni che restano ai margini o non pienamente integrate. La prima è il benessere fisiologico. Il territorio non incide solo sui redditi, ma sul corpo delle persone. Traffico cronico, inquinamento, rumore, tempi di spostamento, degrado igienico, strade e piazze maleodoranti, scarsa camminabilità e verde poco fruibile producono effetti diretti sulla salute e sull’equilibrio fisico.

Non si tratta di sanità in senso stretto, ma della qualità dell’ambiente in cui si vive ogni giorno. La seconda è il benessere psicosociale. Una città può avere indicatori formalmente accettabili e allo stesso tempo generare stress, insicurezza percepita, senso di abbandono, difficoltà relazionali. Il degrado urbano, la congestione, la mancanza di cura dello spazio pubblico non incidono solo sull’estetica: incidono sul clima sociale, sulla fiducia, sulla qualità delle relazioni.

La terza è la percezione reale. Le classifiche misurano spesso ciò che è disponibile, meno ciò che è realmente fruibile. Tra ciò che esiste e ciò che funziona c’è una distanza significativa. Un servizio può essere presente ma inefficiente. Uno spazio può essere conteggiato come risorsa ma restare inutilizzato.

Un miglioramento statistico può non essere percepito nella vita quotidiana. La quarta è la vivibilità quotidiana. È qui che si forma il giudizio reale dei cittadini. Strade dissestate, traffico, tempi morti, manutenzione insufficiente, rifiuti, difficoltà negli spostamenti, spazi pubblici poco curati: questi elementi non sono marginali, ma costituiscono la sostanza dell’esperienza urbana. È su questo piano che una città viene realmente valutata.

In questo senso, le classifiche fotografano una parte importante della realtà, ma non sempre riescono a cogliere fino in fondo la qualità concreta dell’esperienza di vita nei territori. Da questa consapevolezza nasce la mia proposta: non sostituire una classifica con un’altra, ma integrare la fotografia con un metodo più completo.

È in questo spazio che si colloca l’Ideologia della Qualità della Vita (Iqdv), un sistema interconnesso di indicatori che prova a leggere il benessere in modo più ampio. L’Iqdv non nega gli indicatori economici, di servizio o di sicurezza. Li assume come base. Ma li connette ad altre dimensioni decisive: benessere fisiologico, benessere psicosociale, vivibilità, bene comune, sostenibilità, stabilità, competitività e qualità relazionale del territorio.

In questa prospettiva, il territorio non è solo un contenitore di dati, ma un ambiente che produce effetti diretti sulla vita delle persone. Una città può migliorare in alcune statistiche e restare faticosa da vivere. Può crescere in attrattività e non riuscire a migliorare il tempo-vita dei cittadini.

Può avere risorse e non trasformarle in benessere diffuso. Per questo la qualità della vita va letta con un approccio più integrato. Non basta sapere quanto produce un territorio o dove si colloca in graduatoria. Occorre capire quanto quel territorio sia realmente capace di generare equilibrio, opportunità, serenità e fiducia. Il punto, allora, non è negare le classifiche, ma interpretarle e completarle. Perché le classifiche fotografano. Ma non sempre spiegano. 

*presidente Accademia Italiana Qualità della Vita 

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