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05 Marzo 2026 - 09:06
Chapeau a ‘Charlie Ebdo’! La vignetta mostra un cumulo di detriti e, sopra, un gabinetto abbandonato con un ‘ammame’, il turbante dei mullah, un paio di occhiali, e una scritta: data di nascita e morte di Alì Khamenei. Ci vuole coraggio per farlo. Ad averlo i giornalisti della redazione del celebre settimanale satirico francesesopravvissuti alla strage dei terroristi islamici: il 7 gennaio 2015 assaltarono la sede dell’irriverente maautorevole periodico francese per massacrare persone disarmate, com’è loro costume, dei vigliacchi. La vignetta segna una svolta, assieme alle folle scese in piazza a festeggiare la morte del tiranno e la speranza, ch’è già molto per l’Iran, della fine di un incubo.
La guerra è nella fase più calda, anche gli osservatori e gli esperti di strategia globale si dividono in catastrofisti e ottimisti, scontrandosi su previsioni che sfociano spesso in oscure profezie o in radiosi scenari. Sul tappeto resta la realtà che ripresenta le stesse incognite e speranze già indicate. Come può un popolo disarmato “prendere in mano il governo dell’Iran” e il proprio futuro? Come si svilupperà il confronto planetario fra le superpotenze Usa (e Ue) da un lato e Cina (e Russia) dall’altro? Resta che un regime, quello iraniano, che da circa mezzo secolo ha avvelenato il Medio Oriente in una gara all’estremismo tra fanatici sciiti e sunniti e innescato una spirale di odio e di sangue che ha risucchiato anche il peggio di Israele, quel regime sanguinario e oscurantista sta subendo finalmente la vendetta della storia. Il mondo sunnita si ricompatta, superando persino i rancori tra Arabia Saudita ed Emirati arabi uniti, e forse riapre le porte degli Accordi di Abramo a nuovi partecipanti. Se ciò avverrà, pure Israele dovrà fare i conti con la storia e dare in Cisgiordania una patria ai palestinesi. Tanti ‘se’ e molti altri ancora. Ma mai come adesso occorre restare coi piedi per terraosservando le dinamiche strategiche e geopolitiche.
Il regime iraniano si era preparato ad una simile evenienza ma non alla simultanea ‘decapitazione’ della dirigenza di più alto grado. La successione ad Alì Khameni con il più noto dei suoi sei figli, Mojtaba,nuova Guida suprema, rappresenta per il suo simbolismo una manifestazione non di forza, bensì di debolezza. La famiglia avrebbe accumulato una “fortuna che oscilla tra i 95 e i 200 miliardi di dollari”: patrimoni confiscati in patria, investimenti immobiliari, rendite finanziarie ai quattro angoli del pianeta. Mojtaba avrà ben altri pensieri e preoccupazioni non solo governative ma pure personali a sentire Israel Katz, ministro della Difesa israeliano e Pete Hegseth, il ministro alla Guerra statunitense.
La partita tra superpotenze è agli inizi. Blocco delle forniture di petrolio iraniano (anche) alla Cina da un lato e, dall’altro, il fermo degli approvvigionamenti di ‘terre rare’ cinesi al mercato Usa. Trump aveva previsto che il conflitto durasse quattro o cinque settimane, il tempo di presentarsi a Pechino, al summit con Xi Jinping, con la promessa di petroliere colme di petrolio americano, venezuelano e in prospettiva pure iraniano da scambiare con i minerali strategici necessari alla tecnologia di un futuro ch’è già presente. Adesso non scarta una durata più lunga. Teme le elezioni di Mid term, però resterà alla Casa Bianca fino al 20 febbraio 2029. Vedremo se i bombardamenti riusciranno a costringere, in tempo per il vertice a Pechino, l’ala moderata del regime iraniano a riaprire i giochi diplomatici e mascherare la resa. O se i depositi di missili di Teheran assicureranno alla nuova dirigenza una resilienza superiore a quella della pazienza della popolazione statunitense. Comunque vada, Pechino deve ora accontentarsi del flusso di energia russa. Vendite a prezzi in risalita che permettono a Mosca di sorridere dopo tanto affanno e di rifornirsi altrove di droni (che peraltro ormai produce in massima parte autarticamente).
Agli Stati Uniti non dispiacerà troppo che Teheran svuoti gIi arsenali per colpire pure Paesi terzi ma infidi, come la base britannica di Akrotiri a Cipro e i moli utilizzati dalla Marina militare francese ad Abu Dhabi. L’Unione europea non nasconde timori e incertezze, il cancelliere Friedrich Merz corre alla Casa Bianca senza più mostrare certa sicumera da ‘Volenterosi’. Il premier britannico Keir Starmer incassa il disprezzo di Trump e invia una nave da guerra verso Cipro. La Spagna di Pedro Sanchez rischia sul piano commerciale, e non solo, per aver negato l’utilizzo di proprie basi agli Usa. E per una volta il presidente Emmanuel Macron evita errori: ordina a mezzi militari navali con armamenti atomici di fare rotta verso il Medio Oriente e – soprattutto – trova sponde amiche nel prospettare lo sviluppo della strategia nucleare della Francia verso una “deterrenza avanzata” e non più a difesa dei meri interessi vitali del Paese, come stabilì Charles de Gaulle, ma dell’Europa. D’accordo in linea di massima Gran Bretagna (l’altra potenza atomica del Vecchio Continente) Germania, Olanda, Danimarca, Polonia, Svezia e Grecia.
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