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lettera al direttore
19 Marzo 2026 - 09:23
Gentile Direttore, siamo, ormai, alle battute finali di una lunga e, per certi versi, stressante “campagna elettorale” che, domenica e lunedì, permetterà ai cittadini di votare “SÌ” o “NO” al referendum confermativo della legge costituzionale, già votata quattro volte dal Parlamento, sulla cosiddetta riforma della giustizia che, poi, tale non è, perché rimodula solo una parte del vasto panorama giuridico attinente la giustizia in senso globale (si tratta “solo” degli artt. 87, decimo comma; 102, primo comma; 104, primo comma; 104, 105, 106, terzo comma; 107, terzo comma; e 110).
Alla stragrande maggioranza dei cittadini, che non hanno intrapreso studi giuridici o non hanno avuto voglia di leggere la legge, per apatia o disinteresse totale di tutto quello che promana dalla politica, non si può dare torto; ma si dovrebbe recitare un “mea culpa” dell’intero e variegato mondo riferito alla politica e al suo esprimersi attraverso i partiti o movimenti, o anche di qualche sindacato, per non essere stati chiari ed esaustivi, sin dall’inizio, su cosa e come si voleva cambiare nel sistema giuridico-giurisdizionale italiano.
Il solito, irrefrenabile “vizietto” italiano del dire e non dire, in modo che ogni parola, ogni punto, ogni virgola di un concetto sia “manipolato” surrettiziamente per portare acqua al proprio mulino, come si suol dire, cioè procedendo ad una “interpretazione” di una legge, anziché, come sarebbe naturale, “all’applicazione della stessa”.
D’altronde, siamo pure “i figli” della tradizione dei Romani antichi che avevano escogitato un “trucchetto” per motivare i soldati ad andare in guerre di conquista, consultando l’oracolo impersonato nella famosa “Sibilla Cumana”, la quale rispondeva cripticamente alla domanda se si vinceva e si ritornava vincitori dalle guerre stesse con la frase ambigua: “ibis, redibis non morieris in bello”. Tradotto: “andrai, ritornerai (non) morirai in guerra”. Volutamente non ho posto la virgola dopo il “ritornerai”, perché quel “non” ha significato ultimativo: se la virgola va messa dopo il “ritornerai”, il giudizio finale è “andrai, ritornerai, non morirai in guerra”; se, viceversa, la virgola si pone dopo il “non”, allora il responso è “andrai, non ritornerai, morirai in guerra”. Capito il “trucchetto”?
E qui, bisogna riconoscerlo, siamo ancora oggi maestri, in tutti i rami, politici e non, interpersonali e collettivi. Siamo, così, giunti, in questo primo quarto del III millennio, ad un tale tasso di scollegamento tra i poteri decisionali e i cittadini inermi, da sperare che si superi almeno il 40% dei votanti in questo referendum che, essendo confermativo, non ha bisogno nemmeno del “quorum” classico della metà più uno degli aventi diritto al voto.
D’altronde, anche quando si tratta di votazioni politiche ed amministrative in senso stretto, almeno la metà dei cittadini stessi diserta il voto e questo, in una “democrazia compiuta”, come dovrebbe essere la nostra, non è affatto un bene, lasciando decidere le sorti di chi deve rappresentare il popolo ad una “fetta” soltanto della società. Non parliamo, poi, delle “rappresentanze” espresse nelle comunità locali, dove, al ballottaggio per l’elezione dei sindaci, partecipa solo un terzo degli aventi diritto (sorrido quando ascolto i “proclami” dei vincitori che si azzardano ad esclamare: “sarò il sindaco di tutta la città…”).
Confesso che questa campagna elettorale sul referendum mi ha lasciato stupito per certe posizioni ufficiali prese da persone che hanno ben compreso il significato di questa riforma, ancorché monca di molti aspetti applicativi. Tuttavia, per onestà intellettuale, non si può dire che la riforma, se approvata, metterà i giudici, specie quelli inquirenti (i pm), sotto il potere politico dell’Esecutivo, cioè del Governo in carica, togliendo alla magistratura la “terzietà” del giudizio, senza essere condizionata da altri “poteri” dello Stato. Trovo, anzi, che l’istituzione di un secondo Csm, dove accedono i pubblici ministeri e non anche i loro colleghi giudicanti, accentui il potere inquirente, lasciando ancora irrisolto, in parte, il principio fondamentale costituzionale (art. 111 Cost.), per il quale è detto espressamente: “ogni processo si svolge nel contraddittorio delle parti, in condizioni di parità, davanti ad un giudice terzo ed imparziale”. La verità, secondo me, non è quella che il Governo vuole mettere “sotto scacco” la magistratura. Il vero motivo di una dura “campagna elettorale”, fatta da buona parte degli stessi pm, è l’introduzione del “sorteggio” tra i magistrati stessi per la composizione del Consiglio Superiore della Magistratura, che, in pratica, abolisce l’enorme potere di cui si appropria il “sistema correntizio”, oggi esistente nella nostra “malata” democrazia.
Ieri, nella prestigiosa “Aula Pessina” della Federico II, dove tanti anni fa mi laureai, si è tenuto un interessante convegno sul referendum, “bipartisan”, come si conviene in una vera democrazia. I relatori erano il magistrato Francesco Cananzi, l’on. Giuseppe Conte, l’ex ministro Gennaro Sangiuliano e il prof. avv. Vincenzo Maiello, titolare di diritto penale nell’Università federiciana e “principe del Foro”, riconosciuto da tutta la collettività internazionale. Una “lectio magistralis” tenuta dal professore.
La distorsione del sistema attuale, che porta alla gogna cittadini molte volte innocenti, è stata bene espressa dall’on. Sangiuliano. Molto pacato e tecnico l’intervento del magistrato Cananzi, che si è detto contrario alla riforma perché “rischia” di aumentare il potere inquisitorio dei pm, avendo questi un loro organo autonomo di autogoverno e non più “in condominio” con i magistrati giudicanti.
L’intervento del già Presidente del Consiglio, prima con la Lega, poi con il Pd, ovviamente contro la riforma, è stato incentrato sul “refrain” che questa riforma “assoggetta” la magistratura al potere politico. Non so dove l’abbia letto tra il quesito referendario e la legge stessa. Francamente, questo “leitmotiv”, che può fare pure presa sulle masse ma è lontano mille miglia dalla verità, fa a pugni con la carriera professionale dell’ex “avvocato del popolo”.
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