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la riflessione

La logica del referendum nei principi della democrazia

Si affida al cittadino la responsabilità ultima del giudizio, rendendolo parte attiva del destino collettivo

La logica del referendum nei principi della democrazia

Scrivo questo pezzo in piena bagarre referendaria, benché celata dal silenzio del voto. Tutto sembra già accaduto e - come spesso avviene - una calma irreale riempie i luoghi deputati alla consultazione e le vie a essi circostanti. La contesa per affermare le rispettive ragioni è stata aspra e, talora, inopportunamente feroce e volgare. Ma si sa, la politica - anche se qui si dovrebbe parlare più propriamente di società ed etica, del "suum cuique tribuere" di ulpiana memoria - e il calcio restano gli ambiti nei quali gli italiani (e non solo) si confrontano con maggiore passione, non sempre peró accompagnata da altrettanta misura. Non entrerò nel merito del SÌ e del No - anche volendo non potrei, giacché l’articolo uscirà nel pieno della chiamata alle urne (che per alcuni ha assunto i tratti di una vera e propria “chiamata alle armi”) - ma proverò a esercitare la memoria, tornando alle grandi consultazioni della Prima Repubblica.

Allora, pur in un sistema politico meno rigidamente bipolare di quello odierno - ma anche meno “graniticamente schierato”, meno divisivo e statico - si confrontavano idee diverse di governo e di società, talora inconciliabili, ma ancora capaci di riconoscersi, reciprocamente, dignità e legittimità. A prescindere da quello istituzionale del 1946, che fa storia a sé - segnato come fu dalle macerie materiali e morali degli anni che lo avevano preceduto - gli altri referendum, a cominciare da quello sul divorzio del 1974, furono accompagnati da campagne durissime. Eppure… Eh già, eppure. Si conservava un senso profondo dell’integrità dello Stato democratico e dei suoi principi fondanti di libertà e responsabilità, che oggi paiono essersi, se non dissolti, quantomeno affievoliti.

Non è soltanto l’effetto della distanza temporale o della naturale indulgenza della memoria: è stato osservato come quei referendum abbiano agito da autentici spartiacque, spesso smentendo le posizioni più conservative e mostrando una società civile più dinamica e avanzata della stessa classe politica. In questo si coglie un tratto essenziale della democrazia: la sua capacità di rinnovarsi attraverso il giudizio diretto dei cittadini. Come ha scritto John Locke: "Il potere supremo appartiene al popolo", che non lo abdica, ma lo affida solo per un determinato periodo di tempo, riservandosi il diritto di riprenderlo nelle forme previste dal suo ordinamento costituzionale. Se ciò è stato vero per il passato, perché non dovrebbe esserlo oggi, in un tempo in cui la nuova classe politica propone cambiamenti - giusti o discutibili che siano - e l’intero corpo elettorale è chiamato a valutarne la visione, conservatrice o progressista?

Si obietterà che allora erano in gioco istanze di avanzamento civile, mentre oggi il nuovo rischia di assumere i contorni della restaurazione, se non addirittura dell’assolutismo. Se così fosse, vorrebbe dire che si stava meglio quando si stava - o si pensava di stare - peggio, e che quella moltitudine di donne e uomini impegnata a ridefinire il proprio posto nei diversi ambiti dell’esistenza percorresse una traiettoria più ampia e lungimirante di quella oggi disponibile. La responsabilità di questo possibile scarto, se reale, va necessariamente condivisa, ma ricade in misura particolare su una politica che troppo spesso ha smarrito il senso del limite e della misura, trasformando il confronto in una sequenza di invettive, accuse e semplificazioni mediatiche.

E tuttavia, al di là delle contingenze e delle polemiche, il referendum conserva una sua intrinseca nobiltà istituzionale. Non perché garantisca la bontà delle decisioni - la storia insegna il contrario - ma perché affida al cittadino la responsabilità ultima del giudizio, rendendolo parte attiva del destino collettivo. È in questa assunzione di responsabilità che si misura la qualità di una democrazia: non nella mera esistenza degli strumenti, ma nell’uso che di essi si è capaci di fare. E forse è proprio nel silenzio delle urne - più che nel frastuono delle campagne - che una comunità ritrova, per un istante o per sempre, il senso più autentico del proprio essere popolo.

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