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l'analisi

È una riforma lineare, proporzionata e reattiva

La bolla retorica orchestrata nel corso di questi ultimi mesi ha davvero dell’incredibile

È una riforma lineare, proporzionata e reattiva

Se c’è un merito che va senza meno riconosciuto a quel potentissimo soggetto del panorama politico italiano che è l’Associazione nazionale magistrati, è d’essere riuscita, nello spazio di poche settimane, ad organizzare una campagna politica indubbiamente efficace, fatta di slogan, testimonials, salotti mediatici, manifestazioni di piazza, elaborazioni di suadenti tesi, coinvolgimento di forze politiche, insomma di tutto quanto richiede una capacità d’associare e coinvolgere tra le forze più varie, che è proprio d’un ben sperimentato partito politico. Quale, a mio avviso, indubbiamente l’Anm è.
In effetti, la potente organizzazione dei magistrati organizzati in forza politica, non sembri un gioco di parole, è stata in grado di creare un’autentica bolla mediatico-retorica, trasformandosi da carnefice in vittima, ovviamente si fa per dire. Questa riforma costituzionale non è il frutto d’una decisione assunta a tavolino da alcune forze politiche che un certo qual giorno hanno deciso di far fori l’autonomia dell’ordine giudiziario. Già detta così – perché così è rappresentata dagli esponenti più audaci dell’Anm – la cosa appare storicamente inaudita. Nessun partito politico, forse nemmeno uno rivoluzionario, potrebbe concepire un disegno così ambizioso, per di più all’interno d’uno stato costituzionale e pieno di vincoli come il nostro. La riforma è l’esito d’un lungo accumularsi di deviazioni all’interno della magistratura italiana. Deviazioni fatte di scambi di potere, ‘errori giudiziari’, autentiche persecuzioni di leader politici indagati sin dentro le loro più riposte postazioni alla ricerca di infrazioni d’ogni sorta, inseguite con il fervore d’un ayatollah sterminatore d’infedeli; deviazioni fatte d’inefficienze, di mancate sanzioni a carico di giudici incuranti dei propri più elementari compiti d’ufficio o di arroganti cultori del potere, esercitato all’esclusivo fine d’affermare la propria persona, d’apparire, d’ottenere utilità. Ciò nonostante, l’efficacissima propaganda che ha avuto a regista l’Anm, non lo si può negare è stata in grado – ovviamente anche grazie all’ausilio di altri soggetti politici ed istituzionali – a presentarsi qual vittima del governo di destra, per non dire fascista. Certo, l’abilità è stata notevole, e questo conferma la piena soggettività politica dell’Anm, il suo essere appunto soggetto protagonista della lotta squisitamente politica italiana. Non tutto vien per nuocere ed almeno ciò avrà contribuito a rendere più chiara l’azione di condizionamento che l’associazione dei giudici è in grado di dispiegare sulla vita della società italiana, quella stessa che fino ad ieri aveva potuto realizzare senza bisogno d’apparire, grazie all’influenza esercitata nei corridoi della politica – soprattutto in quelli del ministero della cosiddetta giustizia –  impedendo ogni seria disamina delle disfunzioni eclatanti nelle quali da decenni s’avvoltola una parte dell’ordine giudiziario.
La bolla retorica orchestrata nel corso di questi ultimi mesi ha davvero dell’incredibile. Ha consentito le piroette argomentative le più incredibili, quelle che se in un contesto normale venissero praticate, potrebbero al più suscitare un sorriso d’ironia ma anche un’omerica risata, per i meno disponibili all’ipocrisia del giuoco. Persone che fino ad ieri s’erano  battute per la separazione delle carriere, avevano fatto a gara a lamentare le disfunzioni della magistratura, persone che grazie a queste posizioni avevano conquistato spazi di visibilità e potere nel campo della giustizia, hanno con piena disinvoltura e non poca improntitudine esibitouna piroetta, imbracciato la costituzione e denunciato l’attentato alle libertà individuali e collettive, che questa riforma costituzionale, votata da un Parlamento non propriamente composto d’eversori, si sarebbe proposto d’attuare. Eppure, tutto quello che con la legge di modifica della Costituzione s’è inteso mettere in campo – modifica della costituzione, si badi, non della Bibbia o dei Vangeli, ma d’un semplice prodotto storico ed umano – è nient’altro che di tener conto di un’esperienza triste e generalmente riconosciuta, d’un potere giudiziario il quale, lungi dal limitarsi a svolgere neutralmente la propria funzione di arbitro e di garante del rispetto della condivise regole giuridiche, ha in troppe occasioni abusato della propria posizione, dando luogo a soprusi, invasioni di campo, interferenze nella formazione della volontà delle forze politiche: in altri termini, ha assunto, anche per ragioni storiche non del tutto ad esso imputabili, compiti che, non solo non gli spettavano, ma che non avrebbe potuto assolvere secondo le regole della dialettica democratica, per la semplice ragione che esso è entità strutturalmente burocratica e non giudicabile, né responsabilizzabile attraverso lo strumento del consenso popolare, cui compete la sovranità secondo la carta costituzionale. Tutto questo è stato possibile al potere giudiziario perché, lungi dall’essere potere diffuso in cui ogni giudice è libero e soggetto solo alla legge ed alla sua coscienza, è al contrario organizzazione dominata da un soggetto dallo squisito tenore politico, che si denomina Associazione nazionale magistrati. Ilquale soggetto, avendo nelle sue mani i percorsi che conducono al luogo in cui il suo potere politico si trasforma in competenza istituzionale – il Consiglio superiore della magistratura, paradossalmente inferiore all’Anm – fa il bello ed il cattivo tempo, attraverso le logiche correntizie, per la distribuzione degli ambitissimi, prestigiosi ruoli della giurisdizione. Questa è la realtà e questa la base dalla quale la riforma ha preso ispirazione e mosse, cercando di tagliare le fonti d’approvvigionamento del potere indebito dell’Anm: e dunque, proponendo il sorteggio dei componenti del Csm e la separazione dei ruoli tra addetti alla macchina giudiziaria, in modo che i giudicanti non sianosottoposti ai rappresentanti dell’accusa nei propri percorsi di carriera ed in molto altro. Una riforma lineare, proporzionata e reattiva rispetto alle disfunzioni registrate. C’è da sperare venga inteso dal popolo, anche se, inutile nasconderlo, la gran parte dell’elettorato non sa nemmeno di cosa si parli. E dunque, tutto è affidato al destino, talora cinico, talaltra baro, ma sempre giudice ultimo delle cose.

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