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La riflessione

Quando il voto è “personale ed eguale, libero e segreto”

La democrazia non è un sentimento: è una procedura. E quella procedura comincia e finisce con il voto

Quando il voto è “personale ed eguale, libero e segreto”

C’è un equivoco che si è lentamente sedimentato nelle democrazie occidentali, fino a diventare senso comune: votare sarebbe una facoltà, non un dovere. Una possibilità tra le altre, esercitabile o meno a seconda dell’umore, dell’offerta politica o della convenienza personale. Nulla di più sbagliato. La democrazia non è un sentimento: è una procedura. E quella procedura comincia e finisce con il voto.
​La Costituzione italiana lo afferma con chiarezza: il voto è “personale ed eguale, libero e segreto”. Ma aggiunge un inciso troppo spesso dimenticato: il suo esercizio è un dovere civico. Non una gentile concessione, non un diritto opzionale, bensì una responsabilità verso la comunità. In Italia, fino al 1993, il voto era definito “obbligatorio”. La rimozione di quel carattere non è stata un atto neutro: ha sancito il passaggio del voto da pilastro della cittadinanza a bene di consumo elettorale, accelerando il declino della partecipazione, anche se c’è stata una inattesa inversione di tendenza nel Referendum sulla Giustizia.
​L’astensione viene spesso nobilitata come un “messaggio”. Ma nel linguaggio dell’algebra politica, è un messaggio muto: non invalida i processi, si limita a consegnare le chiavi delle istituzioni alle minoranze più organizzate e disciplinate. In termini semplici: se vota il 100% o il 30%, i seggi assegnati restano i medesimi; cambia però il peso relativo di chi vota. E in quel caso, il voto “militante” vale molto di più.
​Si dirà che la qualità dell’offerta politica e le attuali leggi elettorali scoraggiano il cittadino. È vero: le liste bloccate e la distanza tra eletto ed elettore hanno scavato un solco profondo. Ma proprio per questo l’astensione è la risposta sbagliata. Se la rappresentanza si indebolisce, disertare non la rigenera: la condanna all’irrilevanza. Non si smette di pagare le imposte perché si giudica inefficiente la spesa pubblica; semmai, si paga e si chiede conto. Allo stesso modo, si vota e si pretende qualità.
​L’idea di introdurre un obbligo di voto viene spesso liquidata come autoritaria. Eppure, in democrazie come l’Australia, il Belgio o il Lussemburgo, è la normalità. In Australia, dove il voto è obbligatorio da un secolo, l’affluenza supera il 90%. Sapendo di dover andare al seggio, il cittadino tende a informarsi, anche minimamente. Il voto torna a essere un rito collettivo che stabilizza il sistema.
​È bene essere chiari: l’obbligo riguarda il recarsi al seggio, non l’espressione del voto. Si tratta di un obbligo di presenza, non di adesione. Chi non si riconosce in alcuna proposta può votare scheda bianca o annullarla; la libertà di dissenso resta intatta, ciò che viene meno è il diritto all'indifferenza. Le sanzioni non dovrebbero essere draconiane, ma simboliche e progressive, volte a ribadire un principio: la partecipazione alla vita pubblica non è un accessorio.
​Tuttavia, l'obbligo non può essere solo una sanzione: deve essere il punto d'arrivo di una rinnovata pedagogia civica. Accanto alla norma, serve un percorso educativo che riporti la politica nelle scuole e nei luoghi della vita quotidiana, insegnando che il voto è lo strumento con cui si abita lo Stato.
​Abbiamo trasformato la cittadinanza in un catalogo di diritti esigibili, dimenticando che essa implica anche doveri inderogabili. Una democrazia in cui l’astensione diventa la norma è una democrazia che si consuma lentamente, senza rumore. Rendere il voto un obbligo non significa comprimere la libertà, ma proteggerla. Perché la libertà politica, senza partecipazione, non scompare all’improvviso: si svuota. E quando ce ne accorgiamo, è già troppo tardi.

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