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l'analisi

Non c’è stata la svolta: occasione persa per tutti

A Napoli il risultato non sorprende. È un territorio che da tempo esprime un voto più sociale che istituzionale

Non c’è stata la svolta: occasione persa per tutti

Alla fine, più che un passaggio decisivo, il referendum si rivela un esercizio incompiuto. Doveva segnare uno spartiacque, trasformarsi nel terreno su cui misurare la tenuta del Governo e l’ambizione dell’opposizione; si chiude invece con la sensazione diffusa di un’occasione mancata. Non cade l’Esecutivo, non cambia
la traiettoria politica del Paese e, soprattutto, non si realizza quella riforma che era stata posta al centro del confronto. In questo senso, la sintesi è amara: ha perso l’Italia, rimasta ancora una volta ferma su un nodo strutturale come la giustizia.
Il disegno del cosiddetto campo largo era evidente: usare il referendum come leva per indebolire Giorgia Meloni e aprire una fase di instabilità. L’obiettivo non è stato raggiunto. La presidente del Consiglio esce politicamente in piedi e, salvo scosse oggi non prevedibili, resterà alla guida del Paese fino alla naturale scadenza della legislatura, nell’ottobre 2027. Ma la tenuta non equivale a una vittoria piena. Perché se il Governo non arretra, neppure avanza: la riforma si arena e con essa si indebolisce la credibilità riformatrice dell’intero impianto.
A Napoli il risultato non sorprende. È un territorio che da tempo esprime un voto più sociale che istituzionale, più legato alla percezione del quotidiano che alla valutazione delle architetture normative. Tuttavia, ridurre tutto a una costante antropologica sarebbe un errore. Il centrodestra ha pagato limiti evidenti nella conduzione della campagna: tardiva, poco diffusa, incapace di costruire un racconto comprensibile su un tema tecnico. Serviva un’operazione capillare, quasi pedagogica, fatta di confronto, di presenza, di moltiplicazione dei punti di contatto con l’elettorato. Invece, si è arrivati agli ultimi giorni affidandosi quasi esclusivamente alla leader, che ha confermato efficacia comunicativa e solidità, ma non può sostituire un’intera classe dirigente. Il contributo di Antonio Tajani, apparso freddo e poco incisivo, diventa il simbolo di una difficoltà più ampia: tradurre la complessità in consenso.
Il Sud, ancora una volta, vota guardando al carrello della spesa più che ai dossier. È un voto di protesta, ma anche di priorità: il costo della vita prevale su ogni altra considerazione. Non si tratta di superficialità, ma di una gerarchia dei bisogni che la politica nazionale fatica a intercettare. Ed è qui che il risultato consegna un messaggio preciso in vista delle prossime scadenze elettorali: senza risposte concrete sul terreno economico e sociale, ogni riforma rischia di restare astratta. In questo quadro, la leadership della Meloni resta il perno della destra, ma proprio per questo le si chiede un salto di qualità: rafforzare la squadra, selezionare meglio i livelli intermedi, intervenire senza esitazioni dove emergono inefficienze.
Sul fronte opposto, il centrosinistra legge il voto come un segnale di riapertura. Il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, rivendica il ruolo dell’Emilia-Romagna e del capoluogo felsineo nella rimonta, parlando apertamente di un risultato che rilancia la competizione politica. È una chiave interpretativa comprensibile, ma che richiede prudenza. Il dato territoriale, per quanto significativo, non basta a colmare le distanze nazionali. Il campo largo, per diventare alternativa credibile, deve superare ambiguità e divisioni, costruire una proposta coerente e, soprattutto, parlare a un Paese reale che oggi si muove su coordinate diverse da quelle dei gruppi dirigenti.
Nelle parole finali della premier si coglie un elemento di continuità: il rammarico per l’occasione perduta non modifica la volontà di andare avanti. È una linea inevitabile, ma non sufficiente. Perché la stabilità, da sola, non genera riforme; serve una capacità di iniziativa che questo passaggio referendario non ha dimostrato.
Il referendum, dunque, non chiude la partita. La rinvia. Lascia intatti i rapporti di forza ma indebolisce, almeno in parte, la credibilità del sistema politico nel suo complesso. E conferma una verità che la politica italiana continua a sottovalutare: senza una connessione reale con le priorità dei cittadini, anche le riforme più ambiziose rischiano di restare, semplicemente, sulla carta.

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