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Referendum, un’occasione persa per migliorare la giustizia

La riforma non aveva alcunché di politico, ma costituiva il frutto di una profonda riflessione

Referendum, un’occasione persa per migliorare la giustizia

Il popolo è sovrano e bisogna sempre rispettare le sue scelte. Fatta questa premessa, non possiamo non interrogarci sui motivi e le cause che credo abbiano giocato un ruolo fondamentale per l’affermazione del “no” al referendum sulla giustizia, elementi maturati nel corso di una campagna che, con il passare dei giorni, è diventata sempre più tossica. Ha avuto ragione la linea della disinformazione, degli avvelenatori di pozzi, di coloro che da mesi non hanno fatto altro che diffondere una narrazione infarcita di menzogne, falsità e - questo l’aspetto più preoccupante - perfino di “minacce” e di odio, favorendo un clima di vero e proprio “terrorismo psicologico”. Cominciamo dal fatto che hanno impostato la propaganda con l’attacco sistematico al Governo nazionale, facendo passare il messaggio che questo fosse un referendum “politico”, proposto da un Esecutivo che, secondo i comitati per il “no”, provava con questa riforma “ad attentare alla libertà della magistratura”, “a favorire le pressioni della politica sul sistema giudiziario”, “a cambiare la Costituzione”, fino “a sovvertire l’ordinamento democratico”. Quante falsità.

La riforma non aveva alcunché di politico, ma costituiva il frutto di una profonda riflessione partita da decenni sulla necessità di avere finalmente in Italia una giustizia più trasparente, più moderna e più giusta, intervenendo su di un sistema inquinato da logiche correntizie e anti meritocratiche che premia l’appartenenza e resta indifferente all’inefficienza, alla superficialità, all’irresponsabilità di chi decide. Una riforma, insomma, nata sotto il segno di nessun colore politico, né di appartenenza di sorta, ma esclusivamente nel solco dell’impegno di uomini di destra e di sinistra che, per decenni, hanno sostenuto la necessità di dare compiuta attuazione ai principi costituzionali, in esecuzione del percorso avviato, quarant’anni fa, da Giuliano Vassalli, giurista di valore e, per giunta, partigiano antifascista, allora ministro della Giustizia. Potrei continuare a raccontare, ancora una volta, quanto sia stato sbagliato per il funzionamento della giustizia scegliere di lasciare le cose come stanno, ma non avrebbe senso.

È il caso invece di guardare avanti. Di cogliere il significato di questo voto e soprattutto di evitare di fare spallucce rispetto al tema che, da sinistra, già si sta ponendo. Il voto, specie del Sud del Paese, ci viene già presentato come un “avviso al Governo”, come una spallata al Presidente del Consiglio e, persino, come “un avviso di sfratto”. È saggio limitarsi a dire che non è cosi? Io credo di no. Credo che, con senso di responsabilità, bisogna assumersi il peso e comprendere le ragioni di una sconfitta che non è solo del buon senso. Credo che bisogna avviare un profondo rinnovamento nella rappresentanza del centrodestra per confermare il prossimo anno il buongoverno che abbiamo dato al Paese. Se il cittadino del Sud in particolare - pur schiacciato da un meccanismo amministrativo locale che lo priva dei servizi essenziali, lo lascia solo di fronte ai bisogni della vita, lo ignora rispetto alle dinamiche più elementari della convivenza civile - sceglie ugualmente di credere alla retorica dell’attacco alla Costituzione e del “è tutta colpa della Meloni”, vuol dire che non abbiamo comunicato in modo efficace le nostre ragioni. Vuol dire che chi rappresenta, specie sui territori, questa parte politica è incapace di farsi ascoltare, dal basso e dall’alto.

È incapace di articolare una proposta alternativa ai cacicchi locali, signori del voto, e agli elettori trinariciuti dei 5Stelle. È incapace di rappresentare al Governo che, qui più che altrove, i risultati raggiunti non sono percepiti e che la traduzione alla signora Rosa di un lavoro che, cito solo un dato, ha portato l’economia italiana a essere più solida di quella francese, qui non è stata neppure tentata. E allora occorre avviare con urgenza - perché il 2027 è dietro l’angolo - un’azione di rinnovamento interno, con una legge elettorale che premi la rappresentanza reale e non la fedeltà canina (peraltro spesso dubbia), con un investimento che rinnovi volti, che aggiunga idee, che premi innovatività, coraggio, competenza e capacità. Dite quel che volete, ma se nel 1987, trainati da Enzo Tortora, oltre l’80% degli italiani votò la responsabilità civile dei magistrati (poi azzerata da inciuci in Parlamento) e oggi, a Napoli, oltre il 70% vota a favore di un meccanismo corporativo di cui peraltro fino al giorno prima ignorava l’esistenza, vorrà pur dire qualcosa.

Quel qualcosa, senza scaldarsi troppo contro il popolo bue, chi guida il centrodestra lo deve trovare nelle proprie file. Anche perché è concretamente possibile e perché, a dispetto di tutto, esiste un capitale umano che resiste e che vorrebbe contare per cambiare. Mi limito a citare i tanti magistrati coraggiosi che, incuranti degli effetti sulle proprie carriere, hanno raccontato pubblicamente i guasti del sistema giudiziario. A loro rinnovo la mia ammirazione. La politica e le Istituzioni, oggi più che mai, hanno bisogno di persone libere come queste, in tutti i campi. Ed è la strada da percorrere se si vuole liberare il Paese dalle scorie inquinanti di una demagogia costante, rozza, cinica e spesso stupida, desiderosa solo della lapidazione sacrificale dell’avversario di turno perché capace di nutrirsi soltanto di odio. Si parte da qui, se vogliamo voltare pagina. Nel giorno, amaro, della cancellazione di una legge giusta, lo dico con forza.

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