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I PERSONAGGI

Sbordone, eccellenza nella cura del glaucoma

Mario Sbordone (nella foto) è chirurgo oculista e responsabile dell’Unità Operativa Semplice Dipartimentale di Oculistica dell’ospedale di Pozzuoli “Santa Maria delle Grazie”, diventato nei giorni scorsi Dea di II° livello. Pratica con successo la chirurgia mini invasiva del glaucoma con tecniche innovative, facendo del nosocomio puteolano un punto di eccellenza anche nell’oculistica. «Sono napoletano di piazza Dante, lo storico Largo del Mercatello. Dopo le elementari alla scuola de Amicis, ho frequentato il Pontano dalla prima media fino alla licenza liceale. Mio padre, Vittorio Sbordone, che negli anni Novanta è stato il capo della Procura della Repubblica di Napoli, non aveva molta fiducia nella mia autodisciplina di studente, contrariamente a quanto pensava delle mie due sorelle maggiori. La cosa ferì il mio orgoglio e decisi di dimostrargli che si sbagliava. Presi la maturità con 60/60 e lode e mi iscrissi a medicina».

Perché questa scelta?

«Papà avrebbe voluto che seguissi le sue orme, ma lo studio del diritto non mi attirava. Ero naturalmente portato ad aiutare gli altri e vedevo nel medico la professione che più di ogni altra avrebbe potuto soddisfare a pieno questa mia predisposizione. È stata una scelta di cuore e non di ragionamento. Poi avevo amici che erano figli di icone della medicina per cui scattò in me anche un forte spirito di emulazione. Lo ha accontentato mia sorella maggiore che è stata magistrato civile a Milano, mentre la seconda, laureata in economia, lavora a New York, nel board della Federal Reserve Bank. Mio fratello minore infine è notaio a Parma. Devo dire però che dopo la laurea, papà ha saputo sempre riconoscere i miei meriti».

Come fu il suo percorso universitario?

«Mi ero posto l’obiettivo di laurearmi nel minor tempo possibile perché volevo rendermi autonomo anche economicamente. Allora questo desiderio era più comune nei giovani rispetto a oggi, dove vediamo prevalere la tendenza a restare quanto più tempo è possibile in famiglia».

Quindi università, casa e studio?

«Da liceale, nonostante il rigore dei padri gesuiti del Pontano, riuscivo a conciliare lo studio con la mia passione per la musica, sia come musicista che come compositore. A 16 anni formai una band e anni dopo autoproducemmo due album con brani scritti da me, mai venduti, bensì regalati agli amici. Ma poi progressivamente abbandonai perché non volevo sottrarre tempo allo studio e al lavoro».

Riuscì a laurearsi presto?

«In 5 anni e una sessione, il minimo indispensabile. Preparai la tesi durante un breve internato in Gastroenterologia diretta dal professore Gabriele Mazzacca ma fu una scelta di opportunità. Ricordai in seguito che un cugino di mio padre, il professore Girolamo Sbordone, era un eccellentissimo chirurgo oculista e dirigeva la Clinica Oculistica al Primo Policlinico di piazza Miraglia, oggi Università Vanvitelli. Io mi ero laureato alla Seconda Facoltà, l’attuale Federico II. Gli chiesi se potevo frequentare da lui come interno. Mi accolse con grande affetto già dal giorno dopo. Ebbe inizio proprio con lui la fascinazione per quella branca e naturalmente la mia scuola di specializzazione della durata di quattro anni. Mi ero laureato nel 1981 e mi specializzai nel 1985».

Dopo cosa fece?

«Nel 1982 ottenni un contratto a gettone con la Prima Facoltà durato fino al 1990. Contemporaneamente, per arrotondare i guadagni, facevo tante cose tra cui sostituzioni, medicina militare all’ospedale di Caserta, tirocinio pratico ospedaliero al Cardarelli dove maturai tanta esperienza nelle emergenze oculistiche. Nel 1990, finalmente, vinsi un concorso per assistente ordinario a tempo pieno all’ospedale Rummo di Benevento. Da lì, dopo un po’ ebbi la possibilità di un avvicinamento al Cardarelli dove ho lavorato dal ’91 al ’95. Quindi decisi di impegnarmi nella oftalmologia pediatrica e chiesi di essere trasferito al Santobono, dove sono rimasto fino alla fine del ’99».

Quando c’è stata la svolta nella sua carriera?

«Proprio in quel periodo conobbi il direttore sanitario della Asl Na 2, l’attuale Napoli 2 Nord. Si chiamava Piero Cerato, scomparso poi nel 2016 per un ictus. È ricordato per essere stato un manager che disse “no” all’ingerenza politica nella sanità e per il profondo impegno profuso nel Centro di Medicina Sociale di Giugliano. Mi disse che aveva intenzione di aprire una attività oculistica all’ospedale di Pozzuoli partendo da zero e volle affidarmi quell’incarico. Accettai con entusiasmo e chiesi il trasferimento al nosocomio “Santa Maria delle Grazie” con la stessa qualifica che avevo, assistente ordinario, oggi dirigente medico di primo livello».

Che cosa trovò in quell’ospedale?

«Le branche di base cioè medicina, cardiologia, ginecologia otorinolaringoiatria, chirurgia, pediatria. Aprimmo un ambulatorio e nel giro di 4 mesi gradatamente iniziammo anche un’attività chirurgica in day hospital. Il dottor Cerato voleva lanciare una serie di specialità e dopo l’oculistica ne seguirono altre».

Quale sviluppo ebbe il suo ambulatorio?

«Cominciò un circolo virtuoso del tipo “io lavoro e produco, tu direzione mi supporti con le attrezzature, con gli spazi e piano piano anche con il personale. Lavoro e produco di più e quindi cresciamo insieme”. Ovviamente occorreva avere l’interlocutore valido e io l’avevo trovato: una persona che pensava a fare bene il suo lavoro perché era un uomo illuminato e scevro da qualsiasi condizionamento non tecnico. Guadagnai passo dopo passo la fiducia della governance e degli operatori sanitari. I ricoveri aumentarono progressivamente anche perché la soddisfazione dei pazienti, con il passaparola, si rivelò la migliore pubblicità».

Lei è chirurgo oculista, responsabile dell’Unità Operativa Semplice Dipartimentale di Oculistica. Di cosa si occupa questa Unità?

«Ricoprendo questo ruolo e facendo chirurgia, ci si abbraccia la croce a 360°, nel senso che vedi arrivare nel tuo ospedale un po’ di tutto: cataratte, malattie della retina, glaucomi, strabismi, problemi lacrimali. Allora devi scegliere se dedicarti a tutto oppure creare una squadra dove ognuno ha delle peculiarità e degli interessi specifici. Nello sviluppare prevalente interesse per la chirurgia della cataratta, del glaucoma, della retina e del trapianto di cornea, ho affidato a miei ottimi collaboratori le altre sottospecialità».

Tra le patologie oculari quali sono le più invalidanti?

«La degenerazione maculare senile, che non è di pertinenza chirurgica, e il glaucoma. Sono le due principali cause di cecità sociale. Nel caso della degenerazione maculare oggi abbiamo a disposizione le infiltrazioni che si praticano all’interno dell’occhio per cercare di modulare l’evoluzione di questa patologia».

Si occupa prevalentemente del glaucoma applicando tecniche innovative nella chirurgia mini invasiva di questa grave patologia. Ce ne parli in sintesi.

«Poco più di un mese fa ho organizzato a Pozzuoli il IV° “Glaucoma Day”, congresso al quale hanno partecipato i più esperti chirurghi del settore. Il focus è stato incentrato sulla diffusione di tecniche della cosiddetta chirurgia light in grado di aiutare i pazienti affetti da questa patologia, preservando la vista senza temere gli effetti collaterali degli interventi tradizionali. Il glaucoma si opera con una tecnica concepita nel 1964, che mantiene ancora oggi la sua validità ma può comportare temibili complicanze sia intra che post operatorie. L’intervento consiste nel praticare un piccolo foro nella parte bianca dell’occhio per poi ricoprirlo con strati di tessuto. Il foro serve a far defluire gli umori interni attraverso una nuova strada, insomma un bypass. Le complicanze sono l’ipotono e le emorragie. Il primo è causato dall’improvviso passaggio da un occhio sotto forte pressione ad un occhio eccessivamente sgonfio, con la conseguenza del peggioramento della vista nel post operatorio. Le seconde si generano all’interno dell’occhio e dipendono sempre da questo repentino calo di pressione nel bulbo oculare. Oggi le tecniche mini invasive rappresentano una alternativa “light” che può aiutare i pazienti a preservare la vista senza rischiare questi effetti collaterali».

Quali sono queste tecniche?

«Si crea sempre una piccola fistola per il drenaggio dell’umore in eccesso, nella quale però si impiantano dei piccolissimi stent per regolare il deflusso del liquido, dispositivi spessi meno di un millimetro. Parliamo di interventi di assoluta precisione che si fanno in anestesia locale, senza alcun dolore per il paziente».

Porta avanti questo discorso dal 2003. Come mai c’è ancora tanto ritardo e tanta diffidenza?

«Secondo me finora non è stato dato il giusto risalto a queste nuove tecniche, creando scarsa condivisione scientifica. Questi dispositivi sono nati dalla ricerca di aziende molto piccole che dopo averli realizzati non hanno avuto però la forza per distribuirli con un marketing ad ampio raggio. Solo quando i brevetti sono stati acquistati da multinazionali è cominciata la vera promozione e se ne è parlato ai congressi. Ma prima che ciò accadesse sono passati purtroppo 7-8 anni, e poi altro tempo ancora perché l’evidenza scientifica ne attestasse l’efficacia e la sicurezza. A questo si aggiunge un problema economico perché i dispositivi hanno prezzi molto alti e il loro costo non viene sempre coperto dal Ssn. Occorre che il management della struttura sanitaria sia lungimirante e investa in queste nuove tecnologie. Infine, lo sottolineo da tempo, troppo spesso gli oculisti non chirurghi, temendo l’intervento, continuano a prescrivere un carico farmacologico esagerato, a base di troppi colliri, che non è più consigliato ma diffidato dalle linee guida della Società Europea del Glaucoma, e non si rendono poi conto che quella terapia non è comunque sufficiente ad arrestare il decadimento visivo del paziente, che arriva poi all’intervento troppo tardi. Altre volte invece, è il paziente che non dà ascolto all’oculista che gli consiglia di farsi operare».

A cosa deve il successo della sua carriera professionale?

«Individuo due motivi fondamentali. Il primo è quello di lavorare in un ospedale che è cresciuto moltissimo negli anni al punto che nei giorni scorsi ha ottenuto dalla Regione Campania il riconoscimento di Dea di II° livello. Questo grazie all’attuale direzione strategica che ha impresso una fortissima svolta verso l’eccellenza in tutte le discipline presenti al “Santa Maria delle Grazie”, selezionando ottime professionalità e garantendo loro grandi margini di operatività compatibilmente con la recente bufera Covid. Per me è un grande privilegio lavorare in questa struttura e ne sono orgoglioso».

Il secondo?

«Avere al mio fianco Donatella, fidanzata e poi moglie meravigliosa e madre esemplare. Ci sposammo molto giovani, poco dopo la mia laurea, e dopo due anni arrivò Vittorio. Lei, sempre al mio fianco, mi ha sostenuto nei momenti difficili ed esortato a fare scelte anche coraggiose. Nostro figlio invece, quando vide per la prima volta un video di un mio intervento, esclamò: “non farò mai questo lavoro”. Infatti si è laureato in economia e commercio e oggi lavora a Milano nel marketing di una nota griffe dell’alta moda. Non posso dimenticare, però, che la determinazione negli studi e il desiderio di realizzarmi sicuramente trova origine nella amorevole sfida che “lanciai” a mio padre quando manifestò i suoi dubbi sulla mia voglia di studiare».

Cosa significa Dea di II livello?

«Come ha ben spiegato il direttore generale dell’Asl Napoli 2 Nord, il dottore Antonio D’Amore, “il Santa Maria delle Grazie, con questo riconoscimento, entra nell’ambito della rete ospedaliera per l’emergenza regionale al pari del Cardarelli o del Monaldi. È una tappa importante che certifica il lavoro comune di ogni medico, infermiere, Oss, tecnico, amministrativo che presta servizio nella Asl Napoli 2 Nord”».

Come occupa il tempo libero?

«Fin da ragazzo, sfogliando i libri di geografia, ho sognato di viaggiare. L’ho fatto con Donatella fino a quando ho potuto visitando l’Europa e gli Stati Uniti. Poi la disponibilità di tempo è andata sempre più scemando e il colpo di grazia lo ha dato il Covid che ha bloccato tutto. Speriamo di riprendere in sicurezza. Oggi l’unica passione che coltivo è l’enologia. Non solo assaggiare con parsimonia, ma saper scegliere ed abbinare».

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