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I PERSONAGGI
27 Giugno 2022 - 19:44
Vincenzo Bonavita (nella foto) è stato professore ordinario di neurologia nell’Università Federico II dal 2001 al 2008 e ora è professore emerito nello stesso ateneo. È presidente onorario dell’Associazione neurologica italiana demenze e dell’Associazione neurologica italiana per la ricerca sulle cefalee. È presidente della Fondazione italiana cefalee e dell’Associazione per una scuola delle cefalee. È stato presidente della Società italiana di neurologia e del collegio dei professori ordinari della disciplina. È presidente e legale rappresentante dell’Istituto di diagnosi e cura Hermitage Capodimonte. «Le scuole primarie e le inferiori le ho frequentate in un istituito religioso. Ero l’unico maschietto e la mia insegnante, suor Claudia mi fece sedere in un banchetto vicino alla cattedra per tenermi lontano dalle femminucce. Il liceo l’ho frequentato all’Umberto ma quando mio padre manifestò la volontà di farmi fare il “salto”, cioè due anni in uno, trovò l’opposizione di alcuni docenti, che ritenevano inopportuno ridurre la durata degli studi anche nel caso di uno studente brillante. Allora mi iscrisse al “Bianchi” senza una specifica ragione, precisando subito che voleva che saltassi il terzo liceo. Ricordo con orgoglio di avere ricevuto un premio di composizione italiana da padre Vincenzo Cilento, che era amico e grande estimatore di Benedetto Croce. Quando il filosofo morì, alcuni giornalisti chiesero al padre barnabita se Croce si fosse convertito “in articulo mortis”. Il religioso rispose che i grandi spiriti dialogano direttamente con Dio. Mio padre era pediatra ed è stato primario del brefotrofio dell’Annunziata. Era figlio di un idraulico e desiderava che io, primogenito di tre figli, avessi un’affermazione accademica».
Scelse di seguire le orme paterne per gli studi universitari?
«In verità avevo avuto l’idea di iscrivermi a Lettere perché interessato agli studi umanistici. Quando lo comunicai a mio padre mi disse testualmente in dialetto napoletano: “ma tu vuò fa’ o muorto e fame?” Allora ripiegai sull’ipotesi della giurisprudenza. Papà mi folgorò ancora una volta dicendomi: “ma tu vuò fa o paglietta?” Mi iscrissi a medicina e iniziai la mia vita nel Policlinico di piazza Miraglia. Erano i tempi del professore Ettore Ruggeri, clinico chirurgo, e di Antonio Lanzara, ordinario di Patologia chirurgica».
Come mai si orientò per la neurologia?
«Quando al quarto anno dovevo decidere che cosa fare, tornai da mio padre e gli dissi che volevo scegliere medicina legale. Lui, sempre in dialetto napoletano mi rispose: “ma quelli non sono né medici né legali; tu devi fare il neuropsichiatra”. Mio padre viveva nel mito del grande successo professionale di Michele Sciuti, direttore dell’ospedale psichiatrico “Leonardo Bianchi”, chiuso definitivamente nel 2002. Lo assecondai perché la neurologia m’interessava come disciplina guidata dalla razionalità classica nella ricerca scientifica e nella diagnosi clinica di sede e qualità lesionale. Avevo già trovato in Augusto Murri, clinico medico dell’università di Bologna tra il XIX e il XX secolo, un metodologo di riferimento e gli riconoscevo il merito di aver anticipato la teoria della conoscenza di Karl Popper, secondo cui la conoscenza umana avviene per congetture e confutazioni. Al quarto anno decisi di entrare come allievo interno nella clinica delle malattie nervose e mentali diretta da Vito Maria Buscaino».
Come si trovò?
«Vito Maria Buscaino era un personaggio di grande intelligenza e fantasia scientifica ma metodologicamente nullo. Mi laureai comunque con il massimo dei voti e la lode in cinque anni e una sessione, con una tesi al limite tra neurologia e psichiatria che all’epoca costituivano una disciplina unica nell’ordinamento universitario, si sarebbero divise successivamente. Ero molto critico nei confronti della povertà metodologica di Buscaino, ma estimatore della sua fantasia che troppo spesso lui confondeva con la dimostrazione: era il suo limite. Intanto avevo ottenuto una borsa di studio con il titolo di assistente straordinario, come uno dei primi sei laureati del corso, ma a Napoli la scuola di specializzazione in neurologia non c’era e chiesi consiglio al professore Buscaino. Scrisse una lettera di presentazione al professore di Clinica delle malattie nervose e mentali, che era anche il preside della facoltà di medicina e chirurgia dell’Università di Torino. Si chiamava Dino Bolsi, ricordo ancora il testo della lettera: “Carissimo, ti presento un giovane di prim’ordine che vuole iscriversi alla scuola di specializzazione, che qui a Napoli per volontà mia non esiste”. La fondò successivamente Vito Longo. Quando Bolsi lesse la lettera mi disse di non preoccuparmi, perché “Vito Maria fa sempre così”, e che mi avrebbe iscritto alla scuola. Lasciai, quindi, Napoli perché la metodologia è stata uno dei miei fantasmi permanenti, capace di ridurre gli errori diagnostici. Dopo otto mesi in cui usufruii del modesto contributo della borsa di studio, decisi di scegliere la mia strada scientifica, che fu molto influenzata dagli interessi neurochimici mal coltivati da Vito Maria Buscaino, e andai a Ferrara nell’Istituto di fisiologia umana, dove c’era il professore Enzo Boeri, un grandissimo biochimico, allievo di Hugo Theorell, biochimico svedese, Premio Nobel per la medicina nel 1955. Rimasi lì un anno e ottenni una borsa di studio per andare negli Stati Uniti. Dissi al professore Bolsi che al termine del mio secondo anno avrei dovuto interrompere la mia specializzazione per andare negli Usa, ma lui, che era rimasto colpito dai miei esami del primo anno, mi assicurò che nell’anno successivo mi avrebbe fatto sostenere gli esami del secondo e terzo anno di corso e che mi avrebbe fatto anche restituire le tasse pagate per il primo anno. Così fu, e mi specializzai in due anni. Questo era il potere dei professori accademici a quel tempo, e il 4 dicembre 1958 diventai specialista in clinica delle malattie nervose e mentali. Andai per più di un anno a Waltham (Boston) alla Brandeis University dove coltivai la biochimica generale e poi rientrai in Italia».
Dove andò?
«Avevo due possibilità: Torino o Palermo. Scelsi Palermo anche se il “maestro” non era un cavallo di razza come quello di Torino, ma un “cavalluccio”. La scelta fu vincente: arrivato a Palermo all’inizio del 1960, nel 1971 ero professore ordinario di clinica delle malattie nervose e mentali. Intanto avevo preso la libera docenza in Fisiologia umana a 28 anni e a 33 quella in Clinica delle malattie nervose e mentali. La libera docenza era un’istituzione che è vissuta fino agli anni 1969-70 e che dava il titolo di professore ma non una posizione remunerata. Spettava di solito gli assistenti e agli aiuti di una clinica universitaria».
Dopo Palermo andò a Messina.
«Avevo vinto il concorso per professore ordinario di Clinica delle malattie nervose e mentali e rimasi a Messina cinque anni. Il mio periodo palermitano era stato interrotto da 5 mesi trascorsi alla Columbia University a New York, nel laboratorio di Heinrich Welch, un grande cultore della neurochimica, disciplina cui ho contribuito con molti lavori scientifici. Il primo novembre del 1976 sono rientrato a Napoli e ci sono rimasto».
Che cosa fece?
«Non c’erano le due Università, ma due Facoltà. Fui chiamato alla prima, al Policlinico di piazza Miraglia, dove sono stato fino al 1982-83 quando, per la stima che raccoglievo, il rettore Carlo Ciliberto volle il mio trasferimento all’edificio 10 del nuovo Policlinico. Nel 2008 sono andato in pensione e sono diventato professore emerito».
Qual è la distinzione tra neurologia e psichiatria?
«A dirla in termini molto generali e approssimati, la neurologia si interessa delle malattie lesionali del sistema nervoso ma non solo; la psichiatria delle malattie non lesionali, cioè di quelle malattie che non hanno un sostrato anatomico ma un sostrato biochimico o molecolare. Essa ricerca le basi biochimiche in una visione completamente modificata del cervello. Un tempo guardato come un insieme di tante aree specializzate, oggi rivalutato come sistema integrato per connessioni».
Ad aprile avete avuto a Napoli il congresso dei professori emeriti europei. L’argomento principale qual è stato?
«Abbiamo parlato di argomenti molto diversi perché i partecipanti erano professori di discipline molto diverse. L’obiettivo è oggi quello di far riconoscere una funzione ai professori emeriti, perché al di là del titolo gli emeriti di fatto sono esclusi dalla vita universitaria, mentre invece alcuni, quelli che ovviamente stanno in buona salute fisica e mentale, sono memoria storica della disciplina che hanno coltivato e possono dare ancora contributi importanti. In particolare, a Napoli il nostro obiettivo è ottenere un riconoscimento, e cioè un ruolo funzionale ai professori emeriti, ancorché non remunerato, come è stato fatto nella Università di Catanzaro e nell’università Ca’ Foscari a Venezia».
Attualmente di che cosa si occupa?
«Sono il presidente e il legale rappresentante dell’Istituto di diagnosi e cura Hermitage Capodimonte, convenzionato con il Servizio sanitario nazionale, che eroga prestazioni di ricovero residenziale a ciclo continuativo ad indirizzo riabilitativo psichiatrico (estensivo ed intensivo), e riabilitativo neurologico, cardiologico, respiratorio e ortopedico».
È particolarmente impegnato nella fase di ultimazione dei lavori di un’importante opera urbanistica. Quale?
«Una nuova porta-ponte che collegherà il Parco delle Colline al Bosco di Capodimonte. Sarà realizzata grazie ad un accordo di programma tra il Comune di Napoli, la Regione Campania e la società proprietaria della Clinica Hermitage. Avrà sede sul Vallone San Rocco, dove c’era la dogana tra lo Stato Vaticano e il Regno delle due Sicilie, e risolverà anche il problema dell’accessibilità all’Istituto di diagnosi e cura Hermitage Capodimonte, attualmente servito unicamente dall’antica Cupa delle Tozzole. I lavori dovranno terminare entro l’anno».
Nella sua lunga attività professionale qual è la più grande soddisfazione che ha ottenuto?
«Sono stato lo sponsor, non amo il termine maestro, di nove professori ordinari. Ne sono molto orgoglioso per loro e per me».
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