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I PERSONAGGI

Geppy Gleijeses, artista a tutto tondo

Geppy Gleijeses (nella foto), nome d’arte di Giuseppe Gleijeses, è un attore, drammaturgo, regista teatrale, direttore artistico, direttore teatrale e produttore teatrale italiano. È il Presidente e il Direttore Artistico della Cooperativa Gitiesse Artisti Riuniti. «Nasco a Napoli a via Toledo, chiamata così perché voluta da Don Pedro da Toledo nel periodo del Vicereame Spagnolo, diventata via Roma nel 1870 per celebrare l’annessione di Roma all’Italia, e ribattezzata con il nome originario dal sindaco Valenzi nel 1980. Comunque la si voglia chiamare resta “la via più popolosa e gaia di Napoli”, come la definì lo scrittore francese Stendhal. Mio padre Amedeo era avvocato capo del Comune di Napoli e professore universitario di Diritto regionale alla facoltà di Scienze politiche. Melomane convinto fu precedentemente tenore di alto profilo. Avevo 5 mesi quando interpretò al San Carlo il tenente Pinkerton, nella “Madame Butterfly” di Puccini. Ho trascorso un’infanzia felice in compagnia di mia sorella maggiore, Maria Luisa, conosciuta poi come Marilù Prati, attrice di grande talento. Il suo volto è indissolubilmente legato all’edizione televisiva diretta e interpretata da Eduardo che vede protagonista uno dei personaggi scarpettiani più famosi e amati di sempre: Santarella. Dalla terza elementare fino alla licenza liceale sono stato all’Istituto Pontano. Dopo avere abitato al Vomero, a via Cilea, ci eravamo trasferiti a via Campiglione, il prolungamento di via Martucci che sbuca alla Riviera di Chiaia».

Perché proprio il Pontano?

«Per tradizione familiare e perché il Classico mi trova molto più d’accordo con le nostre lingue madri, greco e latino, e meno con la matematica».

Come ricorda quel periodo della sua adolescenza?

«Alto, biondo, occhi azzurri, caratteristiche che richiamavno le origini olandesi del mio cognome, ero amato dalle ragazze della mia età e i maschi mi volevano con loro perché mi consideravano l’ammuinatore delle uscite del sabato sera. Poi le meravigliose serate estive capresi con Pupetto Sirignano, il principe del jet set dell’isola Azzurra, Pelos La Capria, il gioielliere Chantecler, “Champagne” di Peppino e le mattinate cocenti sul gozzo del mitico amico Gianni De Lieto. Con Fabrizio Savino formavamo un terzetto inseparabile».

Quando ha scoperto la vena artistica?

«Quando avevo 17 anni, qualche mese prima della licenza liceale, un gruppo dell’“Umberto” capitanato da Mario Scarpetta, del quale facevano parte il mio amico d’infanzia Francesco Barra Caracciolo, Riccardo Sgobbo e Raffaele de Lutio, si domandò: “Chi è che fa più casino a Napoli che non studi all’“Umberto”?”. Risposero: “Geppy Gleijeses al Pontano”. Volevano mettere in scena “Le Nuvole” di Aristofane e mi chiesero se volessi interpretare Tirchippide, il figlio di Lesina, ruolo di Mario. Era una specie di saggio di addio al liceo di via Carducci. Lo portammo in scena al Nazareth, mitico istituto femminile vomerese di via Kagoshima, e alla Ravaschieri, la scuola dell’infanzia di via Santa Teresa a Chiaia. Avemmo successo; io, in particolare, feci tante “acchiappanze” con le ragazze e fui conquistato dal teatro al punto che pensai che non avrei potuto fare altro nella vita».

Nel dicembre del ’72 fece un’importante esperienza. Quale?

«Nella libreria del Pontano scoprii un libricino dal titolo “Ammore e Cummedia” di Carlo Guarini, un minore dell’Ottocento. Era una “pulcinellata” e ne feci una riduzione, la diressi e la interpretai. Incoraggiato dai lusinghieri risultati, l’anno dopo misi in scena una commedia scritta da me e dal mio compagno di scuola Ugo Celentano. Si chiamava “Pane e Onestà”. Nello stesso mese incontrai l’uomo che avrebbe cambiato il mio desino».

Chi era?

«Eduardo De Filippo. Lo conobbi a casa del suo otorinolaringoiatra, il professore Eugenio D’Angelo. Era il padre di Milena, la mia prima truccatrice e fidanzata di Francesco Barra Caracciolo, mio amico fraterno. Mi dipingeva sul viso la maschera di Pulcinella. Il Maestro stava interpretando “Il Sindaco del Rione Sanità”. Coincidenza volle che mia sorella fosse proprio, per la prima stagione, nella Compagnia di Eduardo. Quando De Filippo mi vide fu gentilissimo e si complimentò con me perché interpretavo Pulcinella, maschera che amava tantissimo. Mi fece sapere che avrebbe gradito avermi nella sua compagnia per interpretare il tenentino in “Na Santarella”. Ne fui lusingato, naturalmente, ma mi sentivo legato all’obbligo morale che avevo con mio padre che mi voleva laureato in legge e poi avvocato. Mi ero iscritto a giurisprudenza. Eduardo me lo chiese per tre volte, due direttamente e l’ultima tramite il compianto Luca. Non potetti accettare, gli spiegai i motivi e lui comprese».

Finì lì il suo rapporto con Eduardo?

«Pochi mesi dopo quell’incredibile incontro, suonò il telefono di casa. Rispose mio padre che venne a chiamarmi in camera dove stavo studiando. Mi disse: “ti vogliono a telefono”. “Chi è” domandai”. “È Eduardo”; “E io so Totò!”, gli sorrisi. Era veramente il Maestro. Mi invitava al San Pietro di Positano, bellissimo albergo a livello mondiale. Non era all’Isca, la sua isola, perché l’artrite reumatoide alla mano gli dava molto fastidio. Appena entrato nella sua suite mi disse: “Gleijeses, la compagnia del Collettivo allestisce a Parma ‘Il figlio di Pulcinella’: Vorrei che voi lo interpretaste”. “Nel ruolo del figlio” domandai. “No in quello di Pulcinella”. Visto il mio stupore continuò: “Nun ve preoccupate, vuie ’o pputite fa”».

Andò a Parma?

«Avevo 17 anni e ci andai, ma resistetti in quel clima, lontano dal mare e dalla mia innamorata, solo 10 giorni. Al rientro andai a trovare Eduardo nel suo camerino al San Ferdinando e mi giustificai dicendo che quello spettacolo era un pretesto per un discorso politico. Il grande drammaturgo mi salutò con un laconico “allora avete fatto bene”. Nel 1975 gli chiesi i diritti per portare in scena due sue commedie “Chi è cchiù felice ’e me” e “Gennariello”. Gli incontri che ebbi con Eduardo nella sua casa di via Aquileia a Roma, incontri in cui mi spiegò come interpretare e dirigere le due commedie, resteranno nel mio cuore e nella mia anima indelebili per sempre. Fu un successo incredibile. Eduardo telefonò a Luigi Ricci, critico teatrale di “Paese Sera”, dicendogli: “Per questo giovane io revoco il veto alle mie commedie”. Conservo come una reliquia il ritaglio di giornale uscito con questo titolo! Terminò così il mio rapporto diretto con lui».

Ultimò gli studi universitari?

«Mi laureai nel 1976 in tre anni e una sessione e con il massimo dei voti. Papà mi chiese: “ora farai gli esami da Procuratore” non era una domanda ma un’affermazione. Lo delusi perché replicai: “Papà, ’e avuto ’o piezz’ ’e carta. Basta così. Farò l’attore”. Lui mi congedò freddamente con queste parole: “Allora penserai da solo al tuo sostentamento”. Così è stato! Solo mamma mi ha sempre incoraggiato e seguito nelle mie scelte artistiche. Oggi ha 93 anni».

Come viveva?

«Ho fatto di tutto: cabaret, piccoli spettacoli, presentatore al “Duemila” e al “Trianon” di “Gran Varietà” con Angela Luce, i Brutos e i Degemar Brothers. Mi chiamavano Corradino di Svevia per il mio aspetto. Mi improvvisai anche giocatore di poker e per tutto il 1976 mi mantenni con le vincite. Avevo la fortuna del principiante».

Quandò fondò la sua prima compagnia?

«Nel 1977. Era una cooperativa, la “Nuova Napoli 77”. Ne faceva parte anche Marco Mete, oggi grande direttore di doppiaggio, e insieme riscrivemmo il testo di “Ammore e Cummedia”. Chiedemmo a Eugenio Bennato e Carlo d’Angiò di comporre le musiche. Partecipammo al festival di Caserta Vecchia: grande successo. È da lì cambiò tutto. Fummo chiamati in America vincemmo il New Theatre Festival di Baltimora, il Premio Gino Cervi, il Premio I.D.I (massimo riconoscimento per gli autori italiani ). Partecipammo anche al Festival del Teatro italiano a New York. Il famoso critico teatrale americano del “New York Times”, Richard Eder, nella sua recensione a quattro colonne disse, tra l’altro, “Geppy Gleijeses is a Great clown!”. Per l’autore dell’articolo ero un grande clown. Nella stessa pagina in uno spazio assai minore c’era la critica sul “Riccardo III” di Al Pacino. Dopo la trionfale tournèe americana rientrati in Italia, debuttammo al “San Ferdinando”. Fulvio Dell’Isola, il direttore tecnico del teatro di Eduardo, disse: “So arrivate ’e muort’ ’e famme” perché facevamo tutto da soli non avendo soldi».

Nel 1978 conobbe Valeria de’ Liguoro, la madre di suo figlio Lorenzo, venuta a mancare prematuramente nel 2007.

«Era bellissima, lasciò il suo lavoro e diventò la nostra amministratrice. Aveva una figlia, Ludovica, che diventò mia figlia. Due anni dopo restò incinta di nostro figlio Lorenzo. Oggi è un bravissimo attore. Lasciai la cooperativa e diventai a 25 anni il più giovane capocomico italiano. Scritturai Pupella Maggio ne “Il Voto” di Salvatore Di Giacomo. Pupella, separata dal marito e di 44 anni più grande di me, voleva sotto sotto, ma poi sempre più apertamente, che diventassi il suo compagno. Naturalmente la sua era pura follia e il sodalizio teatrale naufragò malamente. Nella stagione successiva Luigi De Filippo mi chiese di fare Compagnia insieme. La produzione era della famiglia Mirra che aveva riaperto il “Teatro Diana”, al Vomero».

Quando fondò la Gitiesse Artisti Riuniti?

«La cooperativa è nata nel 1983 ed è una delle più importanti imprese di produzione teatrale italiane, con una media annua di 120 elementi impiegati tra artisti, dipendenti fissi, tecnici, amministrativi; 300 recite distribuite nei più importanti teatri italiani come nei più piccoli centri di tutte le regioni».

Ben 54 opere teatrali. Con quali artisti ha lavorato?

«Veramente tanti. Tra questi cito Alberto Sordi, Giancarlo Cobelli, Eimuntas Nekrošius, Remo Girone, Luca De Filippo, Luigi De Filippo, Luciano De Crescenzo, i fratelli Taviani, Ornella Muti, Massimo Ranieri, Ugo Tognazzi, Massimo Girotti, Massimo Serato, Toni Servillo. Nelle produzioni da me dirette hanno lavorato registi come Luigi Squarzina, Mario Monicelli, Roberto Guicciardini, Aldo Trionfo, Mario Missiroli, Gigi Proietti, Ugo Gregoretti, Vittorio Caprioli, Andrei Konchalovsky, Liliana Cavani; e attori come Alida Valli, Marina Malfatti, Dominique Sanda, Regina Bianchi, Isa Barzizza, Mariano Rigillo, Marco Messeri, Arnoldo Foà, Paola Gassman, Ugo Pagliai, Laura Morante, Bianca Toccafondi, Luigi Lo Cascio, Lucia Poli, Leopoldo Mastelloni, Raffaele Pisu, Paola Quattrini, Andrea Giordana, Stefania Sandrelli, Marisa Laurito, Maurizio Micheli, Milena Vukotic, Annamaria Guarnieri, Giulia Lazzarini».

Ha fatto anche film? Quanti?

«Dodici. Ma la mia interpretazione di Giorgio in un film di culto come “Così parlò Bellavista” dell’indimenticabile Luciano De Crescenzo mi rese realmente popolare».

Una parte della sua vita è dedicata anche all’apertura o alla direzione di grandi teatri.

«Ho fondato e diretto il teatro Acacia di Napoli, ho diretto e gestito il Teatro Nazionale di Milano e ho fondato il Teatro Stabile di Calabria con sede a Crotone, unica istituzione teatrale di interesse pubblico esistente nell’Italia peninsulare a sud di Napoli. Ho rifondato i Teatri Calabresi Associati, circuito di distribuzione e promozione teatrale, di cui sono stato Presidente onorario. Sono stato fino a poco tempo fa Presidente e Direttore Artistico del Teatro Quirino - Vittorio Gassman. Nel 2021 ho fondato e da allora dirigo il “Festival Internazionale di Capri”».

Attualmente in che cosa è impegnato?

«Giro con tre compagnie. Dal 10 al 19 novembre, siamo stati al teatro Augusteo di Napoli con “Uomo e Galantuomo” di Eduardo De Filippo. Con me recita anche mio figlio Lorenzo. In “Testimone d’accusa” di Agatha Christie, che ha debuttato al Teatro Manzoni di Milano con la mia regia, sono in scena Vanessa Gravina, Giulio Corso e la partecipazione di Paolo Triestino. Contemporaneamente è in tournée “Così è (se vi pare)” di Luigi Pirandello con Milena Vukotic, Pino Micol e Gianluca Ferrato da me diretti. Sono tre grandi successi, 36 attori e 15 tecnici complessivamente: ecco cosa significa incentivare l’occupazione artistica! Altro che sussidi!».

Dalla sua attuale compagna Roberta Lucca ha avuto una bimba che ha due anni, Ginevra: un sogno! Ne ha un altro nel cassetto?

«Fare un film con Paolo Sorrentino: mi stima e ci siamo incontrati tante volte. Ma ancora non è arrivata l’occasione giusta».

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