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Sal Da Vinci, la tradizione è la sua rivoluzione

La vittoria alla 76esima edizione non è un colpo di fortuna, ma la sintesi di un percorso straordinario

Il trionfo di Sanremo

Sal Da Vinci

Per capirlo davvero non basta contare le edizioni del Festival di Sanremo a cui ha partecipato, né sommare gli streaming di "Rossetto e caffè", né evocare l'eco della vittoria del 2026 con "Per sempre sì". Bisogna immaginarlo bambino, sei anni appena, in piedi su un palcoscenico troppo grande per la sua statura, ma già familiare come un salotto di casa. Perché Sal Da Vinci non è ''diventato' cantante: ci è nato dentro.

All'anagrafe Salvatore Michael Sorrentino, nasce il 7 aprile 1969 a New York, mentre il padre è in tournée negli Stati Uniti. Quel padre è Mario Da Vinci, nome d'arte di Alfonso Sorrentino, voce potente della sceneggiata napoletana. La madre Nina lo raggiunge oltreoceano proprio nei mesi della gravidanza. È un destino già scritto nel movimento: nascere tra due mondi, America e Napoli, palco e vita quotidiana.

Cresce a Napoli, tra Mergellina e la zona della Torretta, in un quartiere dove il mare è una promessa e la strada un teatro permanente. La sua prima esibizione davanti a un pubblico pagante arriva quando ha sei anni. Non è un vezzo infantile, è una prova vera. L'anno dopo incide in duetto con il padre "Miracolo 'e Natale". Il teatro, poi il cinema, poi ancora la musica: l'infanzia di Sal è una tournée continua.

Negli anni Settanta e Ottanta è presenza costante nelle sceneggiate e nei film popolari. Recita accanto al padre, impara la disciplina del palcoscenico, il rispetto per il pubblico, la fatica delle tournée. A diciassette anni è sul set di "Troppo forte" (1986) di Carlo Verdone, accanto a Alberto Sordi. È lo "scugnizzo" Capua, ruolo piccolo ma memorabile. Potrebbe scegliere la strada del cinema, ma sente che la sua voce ha bisogno di spazio proprio. Essere figlio d'arte è un privilegio e una trappola. Il cognome pesa, soprattutto a Napoli, dove la tradizione è un tempio e il confronto inevitabile.

Sal Da Vinci sceglie una via personale: non rinnega la sceneggiata, ma la attraversa. Non scappa dalla canzone napoletana, la aggiorna. Negli anni Novanta cerca un pubblico più ampio. Partecipa a concorsi televisivi, incide album, sperimenta. Nel 1994 partecipa alla seconda ed ultima edizione del Festival italiano di musica (organizzato da Canale 5 e presentato da Mike Bongiorno con Antonella Elia per creare un'alternativa al Festival di Sanremo) classificandosi al primo posto con la canzone "Vera", il brano trainante del suo primo album pubblicato dalla Ricordi, "Sal Da Vinci".

Nel 1995 si esibisce davanti a Giovanni Paolo II a Loreto con la canzone in latino "Salve Regina" di Francesco Palmieri, alla presenza di centinaia di migliaia di giovani: un'immagine potente, quasi simbolica, che lo consacra a una dimensione nazionale. Ma la vera svolta arriva alla fine del decennio, quando incontra Roberto De Simone. Il maestro lo sceglie come protagonista per la ripresa de "L'opera buffa del Giovedì Santo" al Teatro Metastasio di Prato.

È il 12 gennaio 2000. Per Sal non è solo teatro: è formazione alta, disciplina musicale, immersione nella tradizione colta napoletana. Due anni di tournée nei teatri italiani lo trasformano. La voce si fa più consapevole, l'interpretazione più profonda. Se oggi sul palco dell'Ariston domina la scena con misura e intensità, è anche per quel battesimo toscano.

Nel 2009 sale per la prima volta sul palco del Festival di Sanremo da protagonista in gara. "Non riesco a farti innamorare" - canzone scritta con Vincenzo D'Agostino e Gigi D'Alessio - conquista il terzo posto. È un risultato importante, ma non definitivo. Per molti resta 'il cantante napoletano', categoria che in Italia sa essere gabbia più che descrizione. Sal Da Vinci non si ferma. Alterna dischi e teatro, musical di successo come "C'era una volta… Scugnizzi", collaborazioni, tournée affollate.

La sua carriera è un ponte tra generazioni: i genitori lo hanno amato negli anni Ottanta, i figli lo scoprono sui social. Nel 2024 accade qualcosa di inatteso: la canzone "Rossetto e caffè" diventa un fenomeno trasversale. Centinaia di milioni di streaming, video virali, coreografie su TikTok. La melodia è immediata, ma non banale; il testo gioca con immagini quotidiane che diventano rito amoroso. Non è nostalgia, è contemporaneità con radici. Quello che per anni era stato definito 'neomelodico' in senso riduttivo si rivela linguaggio emotivo universale.

Sal stesso lo rivendica: neomelodico come carne, non come cliché. Scritto con Luca Barbato e Vincenzo D'Agostino, "Rossetto e caffè" è certificato doppio disco di platino. A dicembre 2024 pubblica il singolo "Non è vero che sto bene". Quando torna in gara a Sanremo nel 2026 con "Per sempre sì", il clima è diverso. Non è più un outsider. È un artista maturo, con una storia che parla per lui.

La vittoria alla 76esima edizione non è un colpo di fortuna, ma la sintesi di un percorso, salutata da continue ovazioni durante le serate al Teatro Ariston. Dietro il cantante c'è un uomo legato alla famiglia come dimostra anche il brano con cui ha trionfato a Sanremo 2026 'Per sempre sì', che celebra un matrimonio che non teme l'usura degli anni. Sposato dal 1992 con Paola Pugliese, padre di Francesco e Annachiara, oggi anche nonno, Sal Da Vinci racconta spesso la dimensione domestica come centro di gravità.

La famiglia non è vetrina, ma rifugio. Chi lo conosce parla di disciplina, puntualità, rispetto quasi antico per il lavoro. Non improvvisa, prova. Non si affida al caso, costruisce. È un artigiano della voce, più che un divo.

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