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la scomparsa
15 Marzo 2026 - 17:51
NAPOLI. Si è spenta a 63 anni Cinzia Oscar, artista poliedrica che ha saputo incarnare, con una voce graffiante e un’anima fiera, l’essenza più profonda della melodia partenopea e del teatro di tradizione. La sua scomparsa, avvenuta dopo sei mesi di una battaglia silenziosa e dignitosissima contro gravi complicanze respiratorie, lascia un vuoto incolmabile in un panorama artistico che oggi si scopre più povero. Fino all’ultimo respiro, Cinzia ha lottato con la stessa grinta che portava sul palcoscenico. Una forza d'animo sorretta da una fede incrollabile nella vita e, soprattutto, dall’amore viscerale per il figlio, il cantante Marco Calone. È stato proprio lui a restarle accanto ogni istante, in un passaggio di testimone fatto di dedizione e spartiti condivisi, circondato dall’affetto degli amici veri e dei parenti che non l’hanno mai lasciata sola. Il percorso di Cinzia Oscar è iniziato quando era poco più che una bambina.
Nata con il dono dell’imitazione e una mimica naturale, ha calcato le scene giovanissima prima di esplodere come cantante. La sua non era una voce qualunque: era uno strumento capace di trasmettere dolore, gioia e riscatto. Questa intensità le ha permesso di collaborare con i mostri sacri della sceneggiata e della musica napoletana: da Mario Merola a Pino Mauro, passando per Mario Da Vinci e Nino D’Angelo. Nel 2002, il grande pubblico nazionale la consacrò definitivamente su Retequattro, durante una memorabile edizione del Festival di Napoli, dove fu premiata come miglior interprete. Impossibile dimenticare il suo duetto con il “re della Sceneggiata” nel brano “Si tu papà”: un momento di televisione e musica che resta scolpito nella memoria collettiva come prova della sua caratura artistica.
Ma Cinzia Oscar non è stata solo “tradizione”. Brani come “Nun so’ ’na bambola” rappresentano ancora oggi un manifesto di modernità: una denuncia contro la mercificazione della donna e ogni forma di discriminazione, cantata con una rabbia consapevole che anticipava i tempi. Tra i suoi successi immortali restano gemme come “Caro figlio mio” e il vero e proprio cult “Gesù, Giuseppe, Sant’Anna e Maria”, scritto dal compianto Enzo Rossi, brani che risuonano nei vicoli di Napoli come preghiere laiche.
Negli ultimi anni, il richiamo del teatro era tornato a farsi sentire forte. Con produzioni come “Nu Vambeniello e Tre San Giuseppe”, aveva dimostrato che la sua versatilità non era sfiorita, portando sul palco quella risata amara e quella saggezza popolare che solo chi ha vissuto davvero sa trasmettere. Oltre le luci della ribalta, resta il ricordo di una donna determinata, una madre che ha fatto della famiglia il suo porto sicuro. La sua arte non morirà con lei, ma continuerà a vibrare nelle reinterpretazioni dei classici che amava - da “’O surdato ’nnammurato” a “Palcoscenico” - e nel talento di Marco Calone, che porta nel sangue la sua stessa urgenza comunicativa. I funerali lunedì 16 marzo alle ore 17, quando la città si stringerà attorno alla sua famiglia nella chiesa di San Vincenzo alla Sanità. Napoli non saluta solo una cantante, ma un pezzo della sua storia più autentica.
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