Nell'ultimo atto di questo dramma lirico che è il Festival di Sanremo, abbiamo assistito a una resurrezione dell'armonia cosmica. Angelina Mango ha trionfato, e con lei, l'universo ha tirato un sospiro di sollievo, riannodando i fili del proprio destino. Anche se il Dottor Strange era probabilmente troppo occupato a navigare multiversi per sintonizzarsi su Rai 1, possiamo immaginare che l'Occhio di Agamotto abbia sbirciato tra i televoti.

Alcuni elementi in questa esperienza sanremese accomunano le apocalittiche e bellicose avventure degli Avengers al tumulto mediatico del festival e tutto questo ci fa suggerire al caro Eduardo Bennato che forse: no, non sono “solo canzonette”. Le feroci dispute che si sono consumate tra nord e sud, tra periferie e centri cittadini, borghesi e proletari, acculturati e figli della strada, persino tra conservatori del “vero” dialetto napoletano e progressisti, hanno tracciato linee che difficilmente potranno essere cancellate.

Spaccatura tra pro e contro Napoli e il Sud
Giolier, il nostro moderno Menestrello del Sud, ha acceso gli animi con il potere dei social media che utilizzati come sua pietra filosofale, hanno mutato una competizione canora in un'epopea di identità regionali.
La sua Napoli non è quella delle cartoline pittoresche, ma una città viva, pulsante e a volte controversa, che si muove e respira al ritmo del bit e del tweet.

Tuttavia, non dimentichiamo che la napoletanità è una sinfonia di voci, un coro che risuona dal 1839 di "Te voglio bene assaje", a Caruso, passando per le melodie di De Piscopo, Nino D’Angelo, Pino Daniele, Lina Sastri, Massimo Ranieri, tutti sempre osannati al Festival, fino agli echi contemporanei di Big Mama, The Kolors, senza dimenticare Angelina Mango che pur non essendo napoletana è pur sempre meridionale.

Nelle interviste, nei social e sulle pagine mediatiche che gestisce, il rapper partenopeo ha rilanciato la questione Sanremo come una sfida tra Napoli e il resto del mondo.
C’è un inconscio collettivo che gli abitanti di Napoli e provincia spesso agiscono quando si richiamano delle “parole chiave” alla memoria implicita della popolazione partenopea, questa si agita (per fortuna nel web) come nelle rivolte popolari del 1700.
Aver rivendicato una bandiera localistica è stata una mossa inedita per il festival e ha contribuito a creare disgregazione.

Pro e contro il dialetto napoletano
E il dialetto? Oh, il dialetto napoletano! Le liriche partenopee si sono fatte strada tra i giudizi, come le navi di Ulisse tra Scilla e Cariddi, sfidando il vento del giudizio popolare. Che sia Peppino di Capri che ci fa ancora domandare "e 'mo e 'mo", o Nino d’Angelo, che ha portato il cuore di Napoli sul palco, ogni nota è una pennellata di cultura. E poi ci sono renato Carosone, Murolo, Enzo Gragnaniello, Gigi Finizio, Enzo Avitabile - i maestri della melodia partenopea che hanno insegnato a tutta Italia come si fa a cantare con l'anima. Chi ha posto delle critiche, giuste o sbagliate, le ha portate alla canzone e al cantante e a ciò che egli stesso intende rappresentare, non alla città. Se poi qualcuno ha colto l’occasione per esprimere disprezzo generalizzato ha ovviamente sbagliato.

Giolier vs. l’elite musicale
L'uscita di Giolier dall'Ariston tra le guardie del corpo, con una coreografia che stride con la rappresentazione di ragazzo del popolo, ha contrastato con la genuina semplicità di interviste di artisti come Annalisa e la vincitrice Mango. È giunto e partito in jet privato, come un moderno Gatsby del rap, sfoggiando un'eleganza dorata di accessori che avrebbero fatto invidia persino a Mida.

Democrazia musicale o oligarchia del Televoto?
La questione si tinge di sfumature psicologiche. In un'era dove il populismo sembra intrecciarsi sia nella politica che nelle valutazioni artistiche, il televoto emerge come protagonista di un'arena in cui il consenso popolare e le giurie tecniche sembrano contendersi il podio sotto il bagliore abbagliante delle stelle dei social media.
Il populismo digitale sfiora la cultura musicale, sollevando questioni psicologiche profonde: si premia il talento o il clamore e la popolarità? È un quesito che anche Socrate avrebbe trovato stimolante. Si premia la canzone e la sua interpretazione, o l’affluenza mediatica e la narrativa costruita dall’artista?

Che impatto ha su di noi, sulla coscienza collettiva, vedere prevalere il quantitativo sui giudizi qualitativi degli esperti?
Questo confronto ricorda per certi versi i dibattiti tra sostenitori e oppositori dei vaccini o le diatribe tra informazione social e quella professionale, ma è un discorso che ci condurrebbe troppo lontano.

Qual è il peso psicologico di un successo determinato più dalla visibilità che dalla sostanza? Gli aspetti da considerare sono cruciali, poiché toccano il nostro bisogno di appartenenza, il desiderio di identificarci con il vincitore, e la nostra inclinazione, a volte non confessata, a seguire il flusso della maggioranza. In questa danza tra popolarità e competenza, è il nostro senso di giudizio che viene messo alla prova, sfidando le nostre convinzioni più radicate su ciò che realmente definisce il valore in arte e in musica.

*psicologo