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“La vita è bella”: 50 anni alla guida dell’Aci Napoli

Opinionista: 

Caro Direttore, sintetizzare un commento su 50 anni di vita e di lavoro è estremamente difficile, soprattutto se sono i propri e quando sono pervenuti, perfino, gli apprezzamenti e gli auguri dei Presidenti Mattarella, Conte e del Ministro Manfredi. Ma già dai titoli dei tre libri che racchiudono, complessivamente, i "pezzi" pubblicati sulle varie testate giornalistiche, che rispettivamente sono: "20 anni di mobilità a Napoli", "Una vita per la mobilità responsabile" e, quest'ultimo, "Strada facendo: 50 anni in Aci”, si ha un'idea di che trattasi. Il tema, che non vuole essere un'autocelebrazione, né una semplice testimonianza, è evidentemente come l'evoluzione della mobilità si incrocia con l'evoluzione della società fino al dopo Coronavirus. Negli anni del boom economico del secolo scorso, la mobilità privata, in piena espansione democratica, riconosceva quel diritto alla libertà di muoversi con l'automobile che, fino a qualche anno prima, era privilegio, solo, di poche classi sociali. Perciò, il possesso di un'autovettura, necessaria per raggiungere le mete dei propri spostamenti, talvolta lontane, per ragioni di lavoro o per turismo, rappresentava, appena se ne avevano le possibilità economiche, il raggiungimento di uno status symbol, agognato da un numero sempre crescente di cittadini. Iniziava, così, quel processo di motorizzazione di massa che costituì un volano per il benessere economico e sociale della nazione che l'Automobile Club, nel 1970, accompagnava, promuovendo la mobilità privata, quale ascensore sociale per lo sviluppo economico, civile, culturale e democratico del paese e degli italiani tutti. Fu, perciò, questa la motivazione riportata nella legge del Parastato (n.70/1975 e DPR n.665/1977) con la quale il Parlamento riteneva l'ente pubblico non economico Aci necessario al Paese, conservandone la natura associativa non gravante sul bilancio dello Stato. Una mission sociale di cui ho cercato di interpretare il vero senso, al di là delle tipiche, arcaiche incombenze burocratiche, privilegiando attività ed obiettivi finalizzati al benessere dell'intera collettività, come ho cercato di raccontare nelle pagine di questo libro. L'auspicata e raggiunta motorizzazione di massa, nel corso degli anni successivi, ci induceva, però, a rivedere l'azione propulsiva a favore della mobilità privata, alla luce della conseguente sinistrosità stradale e del suo contributo, non certo positivo, alla qualità dell'aria che respiriamo. Nasceva così l'esigenza di promuovere un trasporto pubblico alternativo a quello privato, per offrire un'intermodalità di trasporto delle persone e delle merci, a partire dalla pedonalità per finire alle vie del ferro, del cielo e del mare. Il diritto alla mobilità, sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e dalla Costituzione italiana prima, e da quella europea poi, doveva, perciò, coordinarsi e contemperarsi con altri fondamentali diritti come quello alla salute ed alla vita, in termini di sicurezza stradale e rispetto dell'ambiente che ci circonda. Ed è stata proprio questa l'evoluzione temporale della mobilità che abbiamo definito, proprio qui a Napoli, per la prima volta, "mobilità responsabile". Concetto e definizione innovativi, in questo settore, che affondano le radici nel principio di responsabilità di Hans Jonas, per cui ogni diritto comporta doveri da rispettare, tutti, a partire dal vertice della nazione all'ultimo cittadino. Non più, quindi, solo una cieca rivendicazione di quel che ci spetta e di ciò che devono fare gli altri, ma anche e soprattutto la consapevolezza di quanto dobbiamo e possiamo fare noi, quali utenti della strada. È un po' il mantra del discorso di insediamento del Presidente Kennedy, quando indusse gli americani a chiedersi cosa potevano fare, loro, nell'interesse della nazione e non il contrario. Altrettanto noi, qui a Napoli, ci siamo posti la stessa domanda. E, partendo dalla considerazione che in Italia era troppo elevato il numero delle vittime della strada (oltre 10.000, nel 1971) abbiamo provato a dare risposte concrete, realizzando ulteriori ed innovative iniziative di promozione della sicurezza stradale, proprio nell'anno di insediamento del Cardinale Crescenzio Sepe a Napoli, coincidente con il centenario della fondazione dell'Automobile Club da parte di Lamont Young, nel 1906, un illuminato scienziato, progettista della prima metropolitana della città. Consapevole delle poche risorse umane ed economiche disponibili, richiamavo l'attenzione di personalità di spicco del mondo civile, militare e religioso, per aderire ad un Club virtuale dei Tifosi della Legalità, quale esempio e strumento per diffondere una diversa e più sicura cultura dei trasporti. La necessità di inculcare il rispetto delle regole trovò subito il consenso, spontaneo e convinto, di tanti uomini di legge, come i miei amici Raffaele Cantone, Federico Cafiero de Raho, Enzo Romis, Bebbe Tesauro, Mimì Lepore prima e Luigi Riello dopo, insieme ai componenti della Commissione Giuridica che hanno presieduto. Ma, soprattutto, del Cardinale Crescenzio Sepe, strenuo difensore della vita umana, che diede, con il suo motto " 'A Maronna t'accumpagna", il nome ad una intensa e proficua campagna di sensibilizzazione rivolta ai giovani delle scuole e delle 300 parrocchie della Diocesi. Tale iniziativa a favore della collettività ha ottenuto, nel corso degli anni, il consenso e l'adesione delle massime autorità dello Stato come il Presidente Napolitano prima, e Mattarella poi, dei Papi Benedetto XVI e Francesco al quale abbiamo fatto indossare, per la prima volta nella storia, un casco per moto con le insegne dell'Aci Napoli e della Diocesi. Tanti altri autorevoli personaggi, tra cui molti presenti, hanno aderito all'iniziativa consapevoli dell'immane dolore conseguente alla perdita di vite umane, immolate sull'altare della mobilità, ma anche del cospicuo costo sociale gravante sull'intera economia del Paese (19 miliardi di euro, nell'ultimo anno). Si tratta di una battaglia di civiltà che trova nella efficace, sensibile e ferma guida del Presidente dell'Aci, Angelo Sticchi Damiani, un convinto e indomabile paladino in difesa della vita. Oggi, dopo il Covid-19, che ha tragicamente paralizzato, per alcuni mesi, quasi tutta la mobilità della Nazione, si apre uno scenario futuro in cui, inderogabile e pressante, è l'esigenza di un sostanzioso adeguamento del trasporto pubblico in termini di capacità e qualità. Nel contempo, l'auto privata deve cimentarsi nella sfida del secolo per essere sempre meno inquinante e superare gli ultimi ostacoli, anche giuridici, nella realizzazione di tecnologie digitali necessarie per la guida assistita, autonoma e connessa. Mai avrei potuto immaginare, all'inizio della mia avventura in Aci, di poter viaggiare a Dubai su un veicolo pubblico, senza conducente, sospeso su un cuscino d'aria. Non sono trascorsi solo 50 anni nel settore della scienza e della tecnica, ma secoli con avvenimenti di fantascienza tecnologica rispetto ai quali, probabilmente, l'uomo e la sua cultura umanistica sono rimasti indietro. Oggi. comunque, sono molto diverso da quel ragazzo del '70, ma ne condivido il sogno della vita, perché, come dice Benigni: "la vita è bella".