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“Recovery fund”, i conti non tornano

Opinionista: 

Per nascondere, la scarsità dei risultati ottenuti, il favoliere delle Puglie ha di nuovo spostato di qualche metro in avanti, l'obiettivo. Ora parla di “reinventare l'Italia”. Reinventare, però, significa ricominciare, per cui ha pensato di allungare di un'altra settimana – 10 giorni di chiacchiere non erano stati sufficienti a dirsi tutto - gli “Stati generali dell'economia”. E tanto per cambiare - poiché “spero, promitto e iuro, reggono l'infinito futuro” - è ripartito dal “coupe de theatre” conclusivo della kermesse di villa Pamphilj: il futuribile “stiamo discutendo di tagliare l'Iva”, utile ad attirare l'attenzione degli italiani. Distraendola da quello che attualmente, è l'ostacolo principale da superare per l'Italia post Coronavirus e che impedisce agli italiani di rendersi conto che a proposito di Europa, pandemia e risorse, c'è qualcosa che non quadra. Meccanismo europeo di stabilità o salva Stati senza condizionalità se utilizzati per la sanità; con, se usati per altri scopi e, quindi, a rischio troika; Recovery fund (sostegni a fondo perduto o prestiti da restituire, i cosiddetti “frugali”, propendono per i secondi, ma le risorse se arriveranno non sarà prima del 2021); Banca Centrale Europea e quantitative easing (acquisto da parte della Bce di titoli di Stato dei Paesi in difficoltà), Sure (per le casse integrazioni). Di acqua sul fuoco, quindi, ce n'è veramente tanta, ma nonostante la fiamma sia al massimo, non riesce a bollire. Come mai? La verità è che qualcosa manca: le risorse europee dei fondi strutturali destinati all'Italia (circa 40 miliardi) non spesi e a rischio di definanziamento, che a marzo scorso, Ursula von der Leyen aveva promesso di lasciare a nostra disposizione per fronteggiare le conseguenze economiche della crisi sanitaria da Coronavirus. Purtroppo, i conti non tornano. E non tornano, perché di queste ultime – probabilmente ve ne sarete resi conto anche voi – nessuno parla. Eppure teoricamente dovrebbero essere le più abbordabili, dal momento che sulla carta sarebbero già nostre, senza alcun “modulo” da riempire e firmare e nessun impegno extra - magari, sotterraneo – da assumere. Se non quello, ovviamente, di rispettarle ed utilizzarle al meglio. Mentre s'accapigliano (eccome!!!), su Mes o salva Stati e “Recovery fund”) che, invece, qualche trappola la nascondono. Il primo, al di là delle rassicurazioni verbali dell'eurogruppo, è operativamente sottoposto al suo trattato istitutivo – che non risulta essere stato modificato, quindi, deve rispettare le regole originarie - e vincolato al diritto comunitario, così come previsto dall'art. 136 del tfue (trattato sul funzionamento dell'Ue) che non consente alcuna flessibilità sulle condizionalità, almeno fin quando quel trattato non sarà cambiato. Il secondo, stando ad uno studio dell'Ipsoa (Istituto professionale per lo studio dell'organizzazione aziendale e non un pericoloso sovranista), presuppone, per finanziare il sostegno dell'Ue ai Paesi colpiti dal Covid-19, un prelievo fiscale di 20/30 miliardi annui a carico dei bilanci delle grandi aziende del Paese stesso. Per cui, grazie al Covid - se il “recovery” dovesse essere approvato definitivamente - le grandi aziende, oltre al fisco nazionale, dovranno vedersela anche quello d'importazione comunitario. E la chiamano solidarietà. Il dubbio: perché non si parla più delle risorse strutturali non utilizzate? Forse la commissione ha cambiato idea? Boh! Ma, non è così che si salvano Europa e Italia.