Accessibilità:
-A A +A
Print Friendly, PDF & Email

“Silenzio cantatore”, la canzone di Francesco

Opinionista: 

Non era vuota piazza San Pietro, venerdì scorso. Nel silenzio del colonnato che abbraccia la Chiesa Madre della Cristianità, si percepiva chiaramente l’alito del Signore. Di un Signore desiderato, invocato, chiamato in soccorso dal suo popolo. Il Papa non può che esprimersi attraverso liturgie, gesti simbolici e parole; ma il Dio di Abramo è sostanzialmente muto, perché il “non dire” rappresenta la sua unica possibilità di manifestarsi. Ho sempre vissuto intensamente quella canzone napoletana intitolata “Silenzio cantatore”: la melodia struggente accompagna un testo che rimanda, per interposto racconto, ad un potente concetto metafisico. L’amore assoluto non ha parole, perché non è possesso, non è gerarchia, non è discorso; ma fede, attesa, comunità, comunione, cuore. Quell’impercettibile ma solidissimo legame che tiene insieme parti diverse della stessa realtà, apparentemente lontane ma di fatto intersecate dai tempi dell’inizio del mondo. Ti ho amato fin da principio, questo il messaggio della Bibbia. Dobbiamo chiederci – dice Francesco – se tutta questa volontà di imitare la Creazione e distorcerla per il nostro provvisorio benessere materiale non costituisca la causa remota della fragilità che riscontriamo nel tempo della presente tragedia; se il moltiplicarsi dei bisogni e dei contatti non abbia generato un delirio di onnipresenza e onnipotenza che apriva spazi enormi all’aggressione dell’ospite inatteso, e cioè di un virus che fa della nostra intrinseca debolezza il suo terrificante punto di forza. In questi giorni gli scienziati, i politici e gli economisti occupano tutto lo spazio della comunicazione. Ma non sembrano venire a capo di niente. Tralasciamo per un momento il fatto che il grande e organizzatissimo Occidente si sia trovato in braghe di tela di fronte all’esigenza di fronteggiare la crisi; non parliamo del vergognoso rigurgito di egoismo che caratterizza la dis-Unione Europea, arrivata a un passo dall’epilogo dopo nemmeno sessant’anni di storia; e nemmeno discutiamo della scarsità di mezzi intellettuali con i quali cerchiamo di spiegarci l’accaduto, balbettando. Riflettiamo, invece, sulla immensa resistenza che i singoli e le Nazioni già oppongono ad un evento inequivocabile: è cambiato il paradigma della convivenza tra uomo e natura, da oggi in poi la coabitazione tra umanità e biosfera non umana dovrà trovare una nuova forma di accordatura, una nuova armonia. Senza la quale la Città terrena non resisterà al prossimo assalto. Ci riusciremo? Oppure subiremo il fascino dell’ennesima falsa partenza? Non ho risposta a questa domanda. Ascolterò il silenzio.