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“Tiriamo a campare” la ricetta di Di Maio

Opinionista: 

C’è una bella differenza - o almeno dovrebbe esserci - tra gestire una crisi industriale di un’azienda che è nel mercato e ci resterà, come la Whirlpool, e misure assistenziali per garantire ad una impresa in estrema difficoltà di sopravvivere ancora per un po’. Qualcuno lo dovrebbe spiegare a Luigi Di Maio, perché l'approccio tenuto dal Ministro dello Sviluppo economico, di fronte alle difficoltà e alle questioni sollevate dall'azienda, invece, è lo stesso col quale è stato prima ideato e poi praticato il cosiddetto “reddito di cittadinanza”. Potremmo riassumerlo così: “Prendi questi soldi per tirare a campare un po’, poi tra un anno e mezzo vediamo”. Niente riqualificazione o formazione professionale per coloro che ricevono il sussidio di Stato e che tra 18 mesi non avranno un posto di lavoro ma dovranno sperare ancora che arrivi l’“elemosina di Stato” (non dimentichiamo che c'è chi prende 40 euro al mese!). Stesso “stile” anche per lo stabilimento di Via Argine: niente nuove infrastrutture fisiche o digitali per le merci o detassazioni strutturali per aumentare la competitività internazionale e favorire gli investimenti, ma “dieci milioni di euro” una tantum per l’azienda che produce lavatrici e impiega 420 dipendenti. «Whirlpool avrà a disposizione oltre 10 milioni di euro e non potrà più dire che va via da Napoli», diceva ieri il capo politico dei Cinquestelle. Dietro la propaganda, insomma, c’è il nulla o, peggio, c’è tutta l’incompetenza di chi non conosce affatto le politiche industriali e, in questi tempi bui, dovrebbe guidare quelle della settima potenza del mondo. La verità è che quei soldi sono solo una boccata d’aria che può allungare la vita, di qualche secondo, al palombaro precipitato in fondo al mare, ma che certo non gli salverà la vita. Del resto, il vicepremier sa bene, perché sono dati che aveva fornito lui stesso, che la cifra che annuncia di voler stanziare non può cambiare le sorti della fabbrica. L’11 giugno, quando l’azienda comunicò di voler chiudere, tuonò: «Firmo una direttiva per revocare 15 milioni di incentivi; l’Italia non si prende per il culo». Erano soldi che furono messi a disposizione nell’ottobre 2018, quando l’azienda si impegnò ad effettuare investimenti che poi non sono stati fatti. «Dal 2014 l’azienda ha ricevuto 27 milioni di incentivi», riassumeva un - apparentemente - indignato vicepremier. Visto che i precedenti 27 milioni sono bastati per cinque anni, i dieci ora tirati fuori dal cilindro non rilancereranno certo la produzione e non potranno mai dare un futuro al presidio industriale: saranno solo l’ennesimo - costoso per i cittadini - intervento tampone. «Noi diciamo all'azienda noi ti diamo una mano ma tu fai il tuo dovere e tieni aperto lo stabilimento», ha spiegato. Fino a quando, però, chissà. E poi non c’è un euro per migliorare le condizioni del territorio sul quale ha sede la fabbrica, né per realizzare un’opera che possa aumentare la competitività sua e delle altre limitrofe o un sistema di sgravi che renda sconveniente la fuga - ventilata - in Polonia. Soprattutto sono soldi del tutto slegati da un piano industriale che invece dovrebbe essere la sola ragione del finanziamento. In un paese “normale” il Ministro almeno incalzerebbe l’azienda per conoscere il “cavaliere bianco” che dovrebbe lavorare in sinergia con Whirlpool e cosa si dovrebbe produrre. Qui neanche quello, solo una mancia che, per giunta, verrà probabilmente rifiutata. Non ci resta che augurarci che questi - preziosissimi - 420 posti di lavoro si salvino, magari per un colpo di fortuna. Quanto ai riders, che sembrano l’altro nuovo bersaglio propagandistico del Ministro, il disegno di legge che sta per approdare in Consiglio di Ministri, in pure stile Cinquestelle, promette tanto, ma rischia di mantenere assai poco. Infatti, ad occhi esperti non sta sfuggendo che molte delle tutele ventilate nei fatti sono già garantite e, soprattutto, che il miglioramento del trattamento economico dei precari è condizionato ad una scelta delle aziende, cui basterà semplicemente dilatare i tempi di chiamata del singolo rider per mantenere il regime attuale. Insomma, per ora, il ventilato decreto legge contro la crisi sembra solo un pannicello caldo, condito da una spruzzata di clientelismo alla vecchia maniera. Sentite qui: «Ci sono 150 tavoli di crisi aperti, ma per gestire tutto questo ci sono 5-6 persone in tutto al ministero, dunque potenzieremo l'unità di crisi». Con questa scusa, col decreto, il Governo si appresta ad assumere e a pagare bene (si parte con 2 milioni di euro) una nutrita squadra di nuovi consulenti. Almeno, per questi fortunati la crisi è finita!